SOLO UN PADRE (Italia, 2008) di Luca Lucini, con Luca Argentero, Diane Fleri, Claudia Pandolfi, Anna Foglietta, Fabio Troiano, Sara D’Amario, Alessandro Sampaoli, Elisabetta De Palo. Sentimentale. * ½
Solo un padre ci gira intorno parecchio, sembra non voler arrivare al dunque, ma alla fine sbotta: il problema del film è l’elaborazione del lutto. Ma nel trattare Carlo, ragazzo padre dermatologo, la sceneggiatura di Giulia Calenda e Maddalena Ravagli si limita alla superficie del dolore. Luca Argentero (comunque in crescita), poi, non è manco tanto credibile. O meglio: incarna il tipico personaggio della commedia minimalista, pettinata e borghese di troppo cinema italiano.

È un dermatologo affermato, lavora in uno studio lindo e splendente, abita in una bella villa piena di décor degli sponsor, ha amici tutti puliti ed economicamente sereni, corre tutte le mattine. E ha solo trent’anni o poco più: una minoranza che ha faticato moltissimo o campa della rendita dei padri.
Al di là della credibilità, Luca Lucini gira a vuoto per tutto il primo tempo, andando alla ricerca di qualche motivazione. Diane Fleri compare troppe volte, non si capisce bene che ruolo voglia ricoprire tra quello di angelo di seconda classe o di adorabile rompiscatole senza molto da fare (eppure fa la ricercatrice, e si è trasferita dalla Francia in Italia: a fare ricerca in Italia? bye bye credibilità).
Anna Foglietta vuole palesemente farsi Argentero, lui però è restio e prima di arrivare ad una conclusione del filone evasivo-sentimentale ce ne mettono; Argentero ha anche il tempo di pisciare sul gatto pettegolo della Foglietta – che si chiama come l’ultimo ex – e di asciugare le proprie urine con l’accappatoio della donna; poi, se questi due chattano dalla mattina alla sera, quando diamine lavora Argentero?
Appunto: quando lavora, il povero Argentero sclera, se la piglia con la paziente che si è fatta il botox; e sclera perché non riesce ad affrontare, nonostante non lo ammetta, il lutto della morte della moglie. Che poi non erano tutte rose e fiori con la cara estinta, anzi, erano sul punto di abbandonarsi se non avessero concepito la bambina.
Tutto si sviluppa senza grande coraggio, in un’atmosfera un po’ smorta e un po’ sciapita, in pieno stile Cattleya con fotografia fredda e patinata ed ambizioni americane. Ad un certo punto spunta fuori pure la canzone dei REM, che col film di Lucini c’azzecca come un cavolo a merenda; più coerente Giorgia che, sui titoli di coda, canta Per fare a meno di te.
C’è una bella scena, tuttavia, che (vorrebbe/potrebbe) fa(re) da spartiacque: l’indiretta dichiarazione d’amore attraverso l’esperimento sulla mappatura del cervello che Argentero fa a quello splendore di Diane Fleri, la cui erre in gola mi provoca godimenti di rara sensualità. Da qui il film prende una piega meno banale ma al contempo più arrangiata: il compleanno della bambina che sembra quello dell’Infanta di Spagna; la confessione di Argentero, roba a metà tra un romanzo di Dostoevskij e C’è posta per te; la ritrovata serenità della non più allupata Foglietta che si accontenta di Fabio Troiano, collega di Argentero; l’incendio di casa Fleri…

E proprio l’incendio desta dubbi: Fleri è in fin di vita, Argentero salta sull’ambulanza, guarda caso la salva, ma… ma lascia la bambina da sola in macchina. E la bambina? D’accordo che la fame fa fare i salti ma l’amore li fa fare più alti, ma come fai a lasciare la tua figlioletta, tra l’altro orfana di madre, da sola in macchina? E poi, l’ingenuo Argentero, chiama la Foglietta e Troiano a salvare la pupa, cioè quella che voleva farselo e quello che s’è fatto quella che voleva farsi Argentero. Più che Solo un padre, sarebbe bastato “solo un film”.