14° Biografilm Festival | Recensione: Summer (Leto)

SUMMER (LETO, Russia-Francia, 2018) di Kirill Serebrennikov, con Teo Yoo, Roma Zver, Irina Starshenbaum, Philipp Avdeev, Evgeniy Servin, Aleksandr Gorchilin, Vasily Mikhailov, Aleksandr Kuznetsov, Nikita Yefremov. Biografico drammatico musicale. *** ½

Lungo la visione – e il termine risulta particolarmente indovinato – di Summer accade in almeno quattro occasioni che si sospenda la realtà in nome del musical, calando i protagonisti in frammenti attraversati da altrettante canzoni ultrafamose. Magari troppo famose, magari prive di quello stupore indispensabile per essere davvero avvinti dalla fuga dal realismo. Eppure giuste, perché definiscono con nettezza l’orizzonte del film e dei suoi abitanti.

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I brani non sono solo cantati dalle voci spesso sgraziate di un coro di figuranti, ma è come se l’interpretazione data da quelle voci non madrelingua contribuisca a tradurre in immagini i testi – con la complicità di efficaci animazioni grafiche molto schizzate – indicando traiettorie narrative quasi impossibili in assenza di questi momenti onirici, spiritosi, che probabilmente rinunciano presto all’esercizio dello stupore.

Forse anche in virtù della loro popolarità, Psycho Killer, The Passenger, Perfect Day e All The Young Dudes spiegano bene la colonizzazione dell’immaginario sovietico da parte del punk occidentale, ma diventano assist fondamentali per introdurre Summer ad un pubblico internazionale. Che è sì un biopic, dedicato al triangolo sentimentale-artistico formato da Viktor Coj, il leader degli Zoopark Mike Naumenko e sua moglie Natalia, ma soprattutto il racconto collettivo di un certo periodo.

Nell’evocativo bianco e nero di Vladislav Opelyants, interrotto da sprazzi di improvviso colore che vuole rendere eterni gli istanti di gloria quanto le ipotesi di futuro alternativo, si trova tutta l’inesorabile malinconia di una generazione perduta, che sognava di poter essere come i propri modelli anglosassoni e, stretta tra i vincoli imposti da un regime calante e gli annunci di un imminente mutamento politico (siamo negli anni ottanta), immaginava qualcosa che non avrebbe mai visto davvero.

Non sveliamo niente dicendo che Coj morì nel 1990 e Naumenko appena un anno dopo, lasciando Natalia da sola a guardare la fine dell’Unione Sovietica e ad erigere la leggenda dei suoi due “affetti” attraverso il memoir all’origine del film. Poeta del piano sequenza ai limiti del manierismo, Kirill Serebrennikov ne crea uno finale straziante, concentrandosi su tre primi piani che sembrano cogliere la dimensione mitologica dei personaggi.

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Chi non l’ha apprezzato ne ha evidenziato il disinteresse nei confronti nella storia, la superficialità nel trattare l’oggetto musicale, i virtuosismi di una regia estetizzante, l’occasione mancata di fabbricare l’epos di eroi “giovani e belli”. Obiezioni talvolta non prive di fondamento, ma che potrebbero essere tranquillamente ribaltate per la capacità con cui il regista (attualmente agli arresti domiciliari) compone un trascinante flusso di memorie, quasi una struggente Spoon River.

Da queste parti magari siamo votati alla nostalgia ravvisata anche dove c’è solo la rievocazione, ma non si riesce ad evitare la commozione quando il decisivo incontro estivo sulla spiaggia diventa un flashback che dall’album privato slitta verso la pagina di una narrazione generazionale. E, per quanto calcolato se non prevedibile, il ruolo del narratore ambiguamente intradiegetico, invadente e didascalico sembra cogliere perfettamente il senso di un racconto dove la biografia redatta dai testimoni è al servizio della reinvenzione ad uso e consumo dei posteri.

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