Gruppo di famiglia in un interno | Luchino Visconti (1974)

Ci sono alcuni casi in cui i luoghi parlano. Non è semplicemente un uso intelligente dell’ambiente scenografico, ma proprio una cura estrema nel dare voce alla polvere che si addensa invisibile su ogni elemento di quel luogo. È polvere (anche metaforica), visibile solo agli occhi di una cameriera umile ed arguta, che non fa respirare per precisi motivi. L’interno di Gruppo di famiglia è un involucro in cui (poter/dover) morire.

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Non è un caso che la sensazione che trasmette sia di estrema decadenza, dopotutto lo stesso Visconti si percepisce come uomo ed artista decadente. Dall’alto del suo pulpito d’aristocratica eleganza umana, il regista milanese fotografa con impietosa classe una situazione esemplare per raccontare il malessere non di un Paese (Visconti è il regista italiano più trasversale, universale ed aperto), ma di una corrente di pensiero (l’alta borghesia illuminata, colta, sanamente conservatrice, lontana dai moti sessantottini).

Racchiuso in una massima («Gli intellettuali della mia generazione hanno cercato molto un equilibrio tra la politica e la morale: la ricerca dell’impossibile») pronunciata da un Burt Lancaster a dir poco alter ego dell’autore – nonché ispirato al critico Mario Praz, che dopo la pensione si trincerò nella sua splendida casa-museo (forse è addirittura riduttivo apostrofarlo così: Lancaster è Visconti stesso nei suoi turbamenti e con i suoi dubbi, nelle sue convinzioni e con le sue paure, che a sua volta si riflette in Praz) – questo tragico teatro abitato da figure speculari (Lancaster contro la famiglia della Mangano – confronto impari, perso spiritualmente già in partenza) è vissuto da sentimenti contrastanti e conflittuali (terrore della solitudine e rifiuto della compagnia, tutela dell’ambiente e declino inarrestabile, raffinatezza e volgarità), illuminato dal cupo buio che passa tra le piccole fessure delle finestre chiuse, attraversato da un pessimismo (micro)cosmico sul concetto di esistenza.

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Perfino il curioso inserimento in un contesto sessuale di Testarda io di Iva Zanicchi va letto in un’ottica di disperata ricerca di un qualcosa di etereo. Interessantissimo il discorso sul cast e la simbiosi col titolo: il gruppo d’attori scelto da Visconti ha più di una valenza metaforica se consideriamo Gruppo di famiglia in un interno il vero passo d’addio del maestro milanese. Lancaster era già stato pressoché alter ego del regista come Principe di Salina ne Il gattopardo; Helmut Berger era l’amante del conte Luchino; Silvana Mangano, al principio della crisi, ormai si poteva considerare un’affezionata viscontiana; Romolo Valli, anima essenziale del cinema del regista; il cammeo della gattopardiana Claudia Cardinale. È un film-testamento nel senso più nobile del termine: c’è tutto il viscontismo necessario, quello più algidamente viscerale e disperatamente crudo. Con una sola via d’uscita: la morte.

GRUPPO DI FAMIGLIA IN UN INTERNO (Italia-Francia, 1974) di Luchino Visconti, con Burt Lancaster, Helmut Berger, Silvana Mangano, Claudia Marsani, Stefano Patrizi, Elvira Cortese, Romolo Valli, Claudia Cardinale, Domenique Sanda. Drammatico. ****

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