un altro sessantotto – 2 | La matriarca | Pasquale Festa Campanile (1968)

un altro sessantotto. a differenza di altre cinematografie, forse quella italiana ha raccontato meglio quest’epoca stando di lato, interpretando un momento complesso attraverso apologhi allegorici, storie di un quotidiano problematico, commedie dal sorriso all’incontrario. nel pensare a questo punto di svolta della società, vengono in mente i film di Bellocchio e Bertolucci e Pasolini e i Taviani anche al di là dei loro effettivi esiti. e poi Cavani, Maselli, Agosti, i sommersi Frezza, Da Campo, Bruno più o meno riconciliati… a noi interessa affrontare un cinema meno esplicito, più diagonale, obliquo, oggi forse ancora capace di dirci qualcosa su quel grande cambiamento…

i film del 1968 (o giù di lì), in un percorso parallelo a quello consueto.

La matriarca esce nelle sale sotto Natale ’68 e segna la terza collaborazione tra Pasquale Festa Campanile e Catherine Spaak dopo i fortunati Adulterio all’italiana e Il marito è mio e l’ammazzo quando mi pare. È una commedia borghese abbastanza pruriginosa, pensata dal produttore Silvio Clementelli per veicolare il particolare divismo dell’attrice e scritta dal fedele Ottavio Jemma con Niccolò Ferrari. Coprotagonista è Jean-Louis Trintignant, presenza costante del decennio.

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Cosa c’entra col Sessantotto? C’entra, eccome. C’entra perché dimostra quanto il cinema italiano mainstream del 1968 prosegua il suo percorso nonostante la contestazione; e c’entra perché al contempo riesce a lasciarsi contaminare dalla voglia matta di rottura che innesca quel tipo di protesta. C’entra perché la Spaak è una figura protosessantottina, una ninfetta francofona cresciuta nel maschilista cinema italiano che prende improvvisamente coscienza del proprio corpo.

E c’entra perché mette in scena – ancora una volta con sardonico, beffardo, compiaciuto disincanto – la ricezione di un apparato intellettuale che diventa privilegiata lente di lettura della realtà da parte di una società autosopravvalutatasi al crocevia della frattura. Un po’ nel solco di Scusi, facciamo l’amore? (compare qui il regista Vittorio Caprioli), quasi un ampliamento di un episodio de Le fate o de Le streghe, verso gli spasmi de L’amica di Alberto Lattuada…

L’eroina titolare è Margherita detta Mimmi, neovedova di un facoltoso manager che scopre post mortem i vizi privati che il morigerato coniuge consumava in una garconnière. Diventa addirittura spettatrice dei suoi giochi erotici quando ritrova i filmini realizzati dal marito stesso. Se fossimo in un dramma di Giuseppe Giacosa, il proseguimento sarebbe ovvio: la vedova si danna, ne parla con qualcuno, si sente in colpa e vive nel dolore quel che resta di una vita bugiarda.

Ma Pasquale Festa Campanile non è Giacosa: e, infatti, Mimmi non se la prende per le corna – quelle gliele ha messe anche lei, non è un problema, basta che non si sappia in giro – ma perché il marito l’ha tenuta fuori dal giro, riservandole un ménage noioso e poco stuzzicante. Allora, visto che è giovane e bella, decide di studiare un testo di educazione sessuale ed abbandonarsi alle esigenze della carne.

Dopo un incipit funebre su cui mette una pietra tombale con l’intervento della magistrale Nora Ricci (è la mamma della Spaak che sa di non sapere consolare la figlia ma comunque le dice frasi di circostanze e s’ingozza col buffet), Festa Campanile guarda ironicamente a Un uomo, una donna – già prima di coinvolgere Trintignant, che appare a metà film – e si diverte scherzando con le suggestioni di molto cinema d’autore.

Tra ralenti modulati sulle note lascive di Armando Trovajoli e sfumature che determinano i confini dell’onirico, le fantasie di Mimmi si alternano all’effettiva sperimentazione dell’attività erotica, permettendo al regista una carrellata di maschi soprattutto ridicoli e puerili: chi con goffa nonchalance poggia una mano sulle cosce della protagonista, chi smania per programmare subito una cosa a tre, chi vuole possederla con forza bruta…

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La Spaak attraversa l’avventura con lo spirito di una simpatica e disinvolta erotomane principiante, quasi un’Alice il cui Paese delle meraviglie è in realtà l’impersonale interno borghese dai colori accesi e le trame optical, un gioco di specchi circolare che fa le gioie di Flavio Mogherini. Si ritrova progressivamente sempre più nuda, svelando più l’inesperienza che la purezza, consapevole che il corpo le appartiene ma il cuore pure ha le sue ragioni.

Tant’è che l’amore non può non avere il volto di un uomo normale, benestante ma non tronfio, riservato quanto basta per suscitare l’interesse di una abituatasi agli eccessi, eppure desideroso di portarsela a letto pur con un progetto meno limitato di una notte di sesso… Insomma, magari non un film esplicitamente sessantottino, ma ci sono dentro due o tre cose sui costumi della borghesia niente male. Notevoli alcuni momenti, da Philippe Leroy domatore alle cavalcate ammiccanti.

LA MATRIARCA (Italia, 1968) di Pasquale Festa Campanile, con Catherine Spaak, Jean-Louis Trintignant, Luigi Pistilli, Renzo Montagnani, Gigi Proietti, Nora Ricci, Frank Wolff, Fabienne Dalì, Paolo Stoppa, Philippe Leroy, Edda Ferronao, Vittorio Caprioli, Gabriele Tinti, Venantino Venantini. Commedia. ** ½

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