Italia ’50s – 30 | Febbre di vivere | Claudio Gora (1953)

Risultati immagini per febbre di vivere 1953Claudio Gora è stato raramente protagonista e il cinema italiano del dopoguerra l’ha relegato ben presto a comprimario spesso di lusso, che ha dato il meglio di sé con Pietro Germi (Nastro d’Argento per il laido vedovo di Un maledetto imbroglio) e accanto ad Alberto Sordi (il padrone che si prende un memorabile schiaffo di Una vita difficile, il primario in Il medico della mutua).

Si è però ritagliato un’interessante carriera parallela dietro la macchina da presa, iniziata nel 1950 con l’adattamento del postbellico Il cielo è rosso, che rivelò peraltro la stella di Anna Maria Ferrero. Febbre di vivere, in cui l’attrice ricompare nei panni di una povera vittima, è tratto dal testo teatrale di un altro irregolare del nostro spettacolo: Leopoldo Trieste, supremo caratterista con nitide ambizioni letterarie che si ravvisano perfino nel suo ruolo in I vitelloni.

A partire da Cronaca di Trieste, il collega Gora si fa aiutare in sede di sceneggiatura da un gruppo composito che, accanto ai due attori occasionalmente autori, accoglie Lamberto Santilli, Luigi Filippo D’Amico e Suso Cecchi D’Amico, la più esperta del quintetto nonché quella meno convinta dell’eccessivo afflato romanzesco di certi dialoghi per quanto comunque consapevole dell’importanza del film.

Infatti, Febbre di vivere non è solo uno dei più crudeli ed impietosi affreschi del decennio, ma anche uno tra i primi a scandagliare l’universo borghese, riscoprendolo all’indomani nella guerra nel solco del primo Michelangelo Antonioni. Il più famoso Gli sbandati di Francesco Maselli – e più in là I delfini – è un po’ la sintesi tra le meditazioni melodrammatiche del regista di Cronaca di un amore e la tensione corale contenuta in questo feroce racconto.

Al centro c’è Massimo, un borghese che vive al di sopra delle proprie possibilità tra debiti ed illusioni, perde tempo coi suoi amici di rango che vitelloneggiano senza preoccuparsi d’alcunché. Ha una vocazione al tradimento: mette le corna alla fidanzatina e ha corrotto un avvocato per evitare la galera, toccata invece ad un amico innocente, che solo col tempo si rende conto dell’inganno. Quando la ragazza resta incinta, Massimo fa di tutto per liberarsi dell’incombenza…

Massimo è uno dei personaggi più spregevoli di tutto il cinema italiano. Ha la calda voce perentoria di Gualtiero De Angelis, di solito aduso a doppiare uomini più carismatici, ma deve molto al corpo di Massimo Serato, un bell’attore che ha frequentato la meno ilare cronaca rosa per gli scontri con l’ex compagna Anna Magnani, madre di un figlio mai riconosciuto.

Falso e criminale, Serato trova qui uno dei ruoli più adatti alla sua immagine affascinante da stronzo conclamato, certo più dei ruoli da cavaliere in Piccolo mondo antico e Giacomo l’idealista e perfino accostabile alla sua prova migliore, quella del nazista in Il sole sorge ancora. Corpo perfetto di una borghesia amorale ed ignobile, non si fa scrupoli ad imporre alla fidanzata un aborto inteso ipocritamente come pratica consueta di un ceto abituato a risolvere tutto con pragmatico cinismo.

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Gora, va da sé, si dimostra ottimo direttore d’attori: oltre alla Ferrero, sua scoperta qui fidanzatina disperata, c’è la moglie Marina Berti, che pennella con malinconico pathos un personaggio lucido quanto sensibile. C’è Marcello Mastroianni, l’amico che subisce. C’è Vittorio Caprioli, quasi un annuncio di un leone al sole. C’è Rubi Dalma, arcigna contessa madre. All’epoca il regista vinse il Nastro d’Argento assieme al compositore Valentino Bucchi: oggi un po’ dimenticato, appare ancora lavoro coraggioso e di trasparente gravità.

FEBBRE DI VIVERE (Italia, 1953) di Claudio Gora, con Massimo Serato, Vittorio Caprioli, Rubi Dalma, Marina Berti, Anna Maria Ferrero, Marcello Mastroianni, Sandro Mancinelli Scotti, Nuta Dover. Drammatico. ***

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