Gente comune | Robert Redford (1980)

Gente comune è un film indubbiamente, ovviamente, naturalmente sul dolore. Parla di incomunicabilità, di sensi di colpa, di immani tragedie familiari, di silenzi, di infelicità e di tante altre disgrazie condensate tutte all’interno di una casa. È un mélo totale che rappresenta l’apice di un movimento interno al genere tra gli anni settanta e ottanta, apoteosi del riflusso come cifra di un malessere privato pronto ad esplodere, con un cast intelligentissimo (i genitori sono gli eccellenti Mary Tyler Moore in geniale contro-casting e Donald Sutherland).

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Però. Però c’è una scena che impressiona per antifrasi. Non tanto per cosa dice, ma per come lo dice. Cosa dice? Dice la cosa più bella, attesa ed agognata da un adolescente. Lasciando perdere per un attimo la difficile elaborazione del lutto della famiglia Jarrett – e proprio di attimo si tratta – ecco che ci ritroviamo in camera del tormentato figlio, Conrad (Timothy Hutton da Oscar). Il ragazzo non sta bene, vive (in)consapevolmente da sempre con la convinzione di essere il responsabile della morte del fratello e l’ossessione di una madre che non gli dispensa amore, quasi lo ritenga colpevole del fatto funesto.

Si fa aiutare da uno psichiatra – e sia a lode al dottor Berger che alla fine risolve qualcosa. Insomma, quando un adolescente sta male, in linea di massima, c’è sempre un motivo: si chiama “amore”, qui declinato nei termini di “ragazza”. Conrad ha certamente molti problemi, ma, si sa, quando l’adolescente sa di poter contare su una ragazza ha risolto la maggior parte (se non la totalità) dei propri problemi. Si dà il caso che la fanciulla in questione, Jeannine, sia anche interessata a lui. Ma il ragazzo è troppo impacciato e smarrito per farsi avanti; forse non ha nemmeno capito niente, come la maggior parte di noi maschi.

Cosa succede? Succede che Conrad si sveglia. Chiuso in camera, chiama al telefono di casa Jeannine (con un cellulare di mezzo, questo filone di Gente comune sarebbe un’altra storia). Gli risponde la madre, poi l’apparecchio passa alla figlia. Conrad, con vari giri di parole, arrampicandosi sugli specchi, le chiede un appuntamento. Lei gli ride in faccia. E qui entra in gioco il famigerato, fantastico, inesplicabile intuito femminile: Jeannine propone a Conrad di riformulare la richiesta di appuntamento in un linguaggio normale.

Il ragazzo sta al gioco e, neppure il tempo di finire la domanda, lei accetta immediatamente. Conrad riabbassa la cornetta e nei suoi occhi fino al minuto prima devastati dalle circostanze degli eventi, persi di fronte al divenire turbolento del mondo, si manifesta, inattesa ed autentica, l’espressione di gioia più genuina. La gioia di chi raggiunge un obiettivo che in quel momento vale più di qualunque altra cosa al mondo, e che è sinceramente, onestamente, maledettamente giusta.

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Gente comune, forse, si trova proprio qui: nel baluginio di disperata felicità che viene concessa al suo personaggio più fragile ma disposto a dire sì alla vita. L’autenticità che veicola l’empatica commozione con la quale sa dialogare col pubblico la esprime proprio nel permettere un angolo di respiro ad un melodramma familiare in apnea. Il canto tragico dei sopravvissuti, l’elaborazione del lutto indicibile, la paura di entrare nella stanza del figlio by the lake. Non stupisca che questo film devastante abbia trionfato agli Oscar nell’anno di Toro scatenato, The Elephant Man e Tess: è un classico dentro il suo tempo.

GENTE COMUNE (ORDINARY PEOPLE, U.S.A., 1980) di Robert Redford, con Donald Sutherland, Mary Tyler Moore, Timothy Hutton, Scott Doebler, Judd Hirsh, Elizabeth McGovern, M. Emmet Walsh. Mélo. ***

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