Recensione: Noi

NOI (US, U.S.A., 2019) di Jordan Peele, con Lupita Nyong’o, Winston Duke, Elisabeth Moss, Tim Heidecker, Yahya Abdul-Mateen II, Anna Diop, Evan Alex, Shahadi Wright Joseph, Madison Curry. Horror. ** ½

Us ovvero noi in quanto gli altri. La traduzione italiana, per una volta, ha colpe relative: semmai è un problema linguistico, ma la presunta ambiguità rivela forse fin troppo il cuore del film. Loro, noi. (s)Oggetti. Us ma anche U.S., United States: dove la A. mancante nell’acronimo nascosto nel titolo è sottintesa nelle intenzioni quanto esposta nella messinscena. Chi siete? «Siamo americani». Siete, siamo. L’America, gli americani.

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Dove Get Out esplodeva nel non-detto, nella metafora, nel ripensamento di un genere, Noi deflagra al crocevia della sua autoevidenza, dell’allegoria didascalica, del messaggio retorico. Come se Jordan Peele, ritrovatosi imprevedibilmente sul tetto del mondo con la commedia horror uscita al momento giusto, volesse qui garantirsi una patente d’autore che in realtà non dovrebbe chiedere egli stesso con un compitino così sfacciatamente teorico.

Prima di essere un horror, molto semplicemente fondato sull’incontro tra i protagonisti e i propri doppelgänger (i doppi, i cosiddetti gemelli maligni, tutti di rosso vestiti) in una notte che segnerà per sempre le sorti della società americana, Noi ci chiede di essere considerato per ciò che vuole essere – e per certi versi ci riesce, parlando alla pancia di un pubblico forse impreparato a ragionare su quei temi in quei contesti – un film teorico, politico, sociale.

Il genere come contenitore di una distopia paranoica, un incubo ad occhi aperti, in cui i topos sono al servizio di un dispositivo un po’ meccanico, dove i movimenti narrativi sono utili all’autore per delineare i confini di una storia perfetta nel momento storico dei rigurgiti suprematisti, sovranisti, nazionalisti. Noi siamo loro e loro sono noi… benissimo, nessun dubbio sulla natura politica, siamo d’accordo.

Eppure qualcosa non torna, come se Peele guardasse con maggiore interesse al lasciapassare di una certa critica desiderosa di celebrarlo quale maestro americano piuttosto che al puro intrattenimento di pubblico tanto disponibile al trauma delle immagini quanto al turbamento della parabola. Non è un caso che funzioni meglio sul piano della percezione della minaccia e del pericolo fisico che su quello allegorico, dai conigli in gabbia sui quali passano i titoli di testa molto anniottanta alla facile muraglia di tute rosse.

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Benché veicolo di un’angoscia indiscutibile, l’incapacità di perturbare fino in fondo mette in luce quanto Noi non trovi mai davvero la forza di emanciparsi dalle sue spesso brillanti idee, preferendo la scelta di imboccare lo spettatore con un sistema il cui automatismo è pari solo alla sua struttura prevedibile già verso la metà. Certo, non di rado l’impatto c’è (il ruolo della danza, gli scontri tra i doppi, il bambino che brucia, l’apporto della musica di Michael Abels e della intelligente soundtrack), ma agli occhi più smaliziati il gioco è troppo scoperto, con una svolta finale anche piuttosto discutibile.

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