Finalmente domenica! | François Truffaut (1983)

Ci sono registi che con il loro ultimo film realizzano canti del cigno che lasciano presagire un vuoto dopo di esso. Qualche esempio: Robert Altman con Radio America, quasi una summa della sua arte; John Huston che in The Dead si congeda magnificamente; Pier Paolo Pasolini che mediante Salò concepisce qualcosa di involontariamente definitivo. E poi ci sono altri autori, colti dalla morte in maniera improvvisa, beffardamente. Un esempio: François Truffaut.

Che con Finalmente domenica! non immaginava di dover dire addio al suo pubblico. Dopo il doloroso La signora della porta accanto, Truffaut si fronda in territori più brillanti. Coerente con se stesso e con la sua idea di cinema, non riesce ad adattarsi al periodo che vive (l’anonima alba degli anni ottanta, che avrebbe generato la peggiore generazione del secolo) e, con l’adorabile testardaggine che lo contraddistingue, continua il suo discorso di post-classicismo proseguendo sulle onde della memoria in funzione degli omaggi.

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Sin dalla prima sequenza capisci che trattasi di film truffautiano: c’è una donna che cammina, come in Non drammatizziamo… è solo questione di corna e L’uomo che amava le donne (non dimenticate mai la frase simbolo «Le gambe delle donne sono dei compassi che misurano il globo terrestre in tutte le direzioni, donandogli il suo equilibrio e la sua armonia»).

È un finto noir, un giallo puro con palesi spruzzate di commedia rosa, banalmente accreditato come un esercizio di stile in cui sviluppare nuove tecniche e compiacersi. Quali sono i motivi che portano fuori strada? L’aspetto formale dell’opera, il livido bianco/nero celebrativo e la messinscena evocativa di un cinema che non esiste più; la citazione di elementi già utilizzati in precedenti film (la macchina da scrivere de I 400 colpi; la battuta sugli investigatori “Il nostro mestiere è fatto da un dieci per cento di inspirazione e da un novanta per cento di traspirazione” da Baci rubati) Ma allora è vero che si tratta di un esercizio di stile? Niente di più sbagliato.

Con Finalmente domenica! François ha l’occasione di omaggiare quei film hollywoodiani degli anni trenta e quaranta (ossia la sua giovinezza, quei film con i quali costruiva la sua educazione cinefila) basati sulla contaminazione di generi. Al punto che su un albero sbuca il profilo di Alfred Hitchcock che incombe sornione quasi a benedire il suo ammirato allievo. Il risultato è vivace, scanzonato, divertente. Non disimpegnato, perché di mezzo ci sono dei morti e, conoscendo l’estrema sensibilità dell’autore, questo fatto non può lasciarlo indifferente. Anche se, mediante Barbara afferma, che «La morte diventa astratta», «La vita non è un romanzo» fa dire ad uno dei personaggi che si rivelerà fondamentale per il cursus della storia, l’avvocato ambiguo.

E poi c’è uno dei personaggi femminili più vivi e deliziosi del percorso truffautiano: la Barbara di Fanny Ardant, speculare alla Mathilde che l’attrice interpreta nel precedente La signora della porta accanto, è una delle donne più dinamiche ed intraprendenti mai incontrate da François. Sarà l’occhio coinvolto del regista (in quel momento era la sua donna ed aspettavano una pargoletta), saranno le luci che l’avvolgono, sarà il disegno perfetto del personaggio, chissà. Fatto sta che il film è anche lei, appartiene alla Ardant come La sposa in nero era di Jeanne Moreau e La mia droga si chiama Julie di Catherine Deneuve.

D’altronde il suo è un cinema al femminile: come dice un personaggio, nel finale, «Tutto quello che ho fatto l’ho fatto per le donne. Perché le donne sono magiche». Pur non potendosi identificare con quel personaggio, scommetto che la frase può essere considerata esattamente farina del sacco dell’uomo François, prima che dell’autore. Non le è da meno Jean-Louis Trintignant, nervoso e smarrito, a cui tocca una bella battuta: «Dimmi, quando uno si sente completamente idiota, vuol dire che è innamorato?». Come finisce Finalmente domenica!? Intanto con l’arrivo del settimo giorno (ma va?), quello in cui ci si riposa.

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Nell’ultima sequenza ci sono dei bambini che giocano con il teleobiettivo di una macchina fotografica. Ci sono dei piedi, delle gambe coperte dai grembiulini. Giocano dolcemente. È l’ultima scena del cinema di François Truffaut. E si collega inevitabilmente al primo urlo del giovane regista, a quegli ormai mitici 400 colpi. Cosa sembra? Che il cerchio si chiuda. Anzi no. È un discorso interrotto. Interrotto dall’addio troppo prematuro di un autore nella sua piena maturità artistica.

Eppure sarebbe bello pensare che quei piedini burloni siano l’epilogo volontario di un autore che non ha mai perso il cuore puerile. E allora consideriamolo così. Reputiamo quella sequenza come l’ineluttabile congedo di François. Non era nei suoi piani, ma tant’è, così è stato. Il destino non gioca a nostro favore, però tu guarda un po’ che scherzo: il regista che meglio riuscì a raccontare i sentimenti dell’essere infanti che chiude la sua epopea in vita con un’immagine così coerente e serena. Solo lui poteva giocarla al destino in questo modo così elegante ed educato.

FINALMENTE DOMENICA (VIVEMENT DIMANCHE!, Francia, 1983) di François Truffaut, con Fanny Ardant, Jean-Louis Trintignant, Jean-Pierre Kalfon, Philippe Laudenbach, Philippe Morier-Genoud, Xavier Saint-Macary. Noir. ****

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