W. | Recensione

W. (U.S.A., 2008) di Oliver Stone, con Josh Brolin, Elizabeth Banks, James Cromwell, Richard Dreyfuss, Jeffrey Wright, Scott Glenn, Toby Jones, Thandie Newton, Stacy Keah, Ellen Burstyn, Michael Gambon, Jason Ritter, Ioan Gruffudd, Noah Wyle. Biografico grottesco. ** ½

Laconico titolo, quasi a volerci privare della verbosità banale dell’ormai uditissimo Giorg Dabliu Bush. In quella lettera c’è l’istanza fondamentale del percorso umano del personaggio: uccidere il padre. Ingombrante, esigente, presidente: è pur sempre stato Bush Senior, mica è roba da bambinetti riuscire ad uscire dal cono d’ombra paterno. Quella doppiavù sta a rappresentare una emancipazione del figlio primogenito, destinato a chissàchecosa dato che a proseguire la carriera paterna ci avrebbe dovuto pensare solo Jeb, il cadetto.

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Attraverso la discesa in campo dopo la dipartita politica del padre per mano di Bill Clinton (la sua manna dal cielo), W. ha trovato l’opportunità di esaltare la propria mediocrità. Un mediocre che spicca può essere molto pericoloso, perché la gestione del potere istituzionale da parte di un mediocre equivale ad affidare a Erode la direzione di un asilo infantile. Forse è questo l’aspetto che manca nel film di Stone: manca quel porre in risalto la pericolosità del personaggio.

Certo, fa ridere quando confonde Guantanamo con Guantanamela (abbastanza credibile) o le scene in cui pare strozzarsi con gli arachidi di fronte alla partita, perfino la presunta chiamata divina (il risvolto più spassoso). Il rischio della caricatura è alto (però Josh Brolin è bravo: il difetto sta nel manico) e qua e là non si schiva. Peccato.

Perché alla fine della fiera il Bush secondo Stone suscita il suo bell’interesse. Strutturato in un divagare tra passato imbarazzante (velo pietoso sulle avventure giovanili del giovane W. – «Ma chi ti credi di essere? Un Kennedy? Sei un Bush!» sbraita GHB) e presente scomodo e decadente (la presidenza Bush è stato un lento crepuscolo del mito dell’americano medio-basso al potere), il film potrebbe apparire satirico, ma non lo è. La satira ha le sue regole, e qui non c’è trippa.

È un biopic? Parzialmente, non del tutto. Non è agiografico perché è palese la condanna di Stone – anche se non si può negare che a forza di metterne in risalto lo scempio istituzionale il rischio è di cadere nelle trappole dello sparare alla Croce Rossa. W. è una disperatissima commedia sulla disgregazione di un sogno personale e sulla sublimazione della limitatezza come cifra del potere.

Le maschere tragiche di questa commedia umana sono ben identificate attraverso caratteri specifici: c’è il guitto primattore (Bush), c’è la compagna fedele (Laura), c’è il patriarca ambiguo che piange sulle proprie sconfitte (GHB, l’ottimo Cromwell), c’è la matriarca dal pugno di ferro (Lady Bush, la splendida Burstyn), c’è il malefico uomo della seconda fila (Cheney, ferocemente ritratto da Dreyfuss), c’è il vecchio militare che nessuno sta a sentire e costretto a fare magre figure (Colin Powell), c’è la ligia diplomatica che prende il posto del militare (Condi Rice), c’è il devoto consigliere (Karl Rove), c’è l’imprudente stratega bellico (Rumsfeld). E così via.

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È puro teatro, messo in scena con la ridondanza necessaria del dramma espressivo. Impietoso, d’accordo, beffardo, a tratti spietato, lucido: eppure qualche conto non torna. Non affonda del tutto il coltello, scaglia dove sa di trovare terreno fertile ma graffia dove sa che pugnalare è più temerario. Forse la carne era ancora troppo fresca, in fondo è un semi-istant movie (c’è il passato ma c’è soprattutto il presente) e corre gli azzardi del genere. Però il personaggio era troppo ridicolo per non essere portato sullo schermo, non potevamo aspettare oltre…

Come Michael Moore colpì al cuore della politica di W., così Stone colpisce alla pancia dell’idealizzazione politica del presidente: e, mediocre com’è, va a finire che l’indagine di Moore non l’ha toccato, mentre l’umiliazione pubblica (con i suoi dubbi e i suoi difetti) di Stone sì. Chissà.

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