American Hustle | Recensione

AMERICAN HUSTLE (U.S.A., 2013) di David O. Russell, con Christian Bale, Amy Adams, Bradley Cooper, Jennifer Lawrence, Jeremy Renner, Robert De Niro. Gangster. ****

Non vi induca nella tentazione di restare a casa quell’abominevole sottotitolo da commedia di quarta categoria, limitatevi all’incomprensibile fascino dell’idioma straniero. “Hustle” è traducibile più o meno con il termine “imbroglio”, ma non so fino a che punto la nostra lingua sia in grado di trasmettere il messaggio contenuto in un titolo suppergiù traducibile con “Imbroglio americano”: è la negazione ma anche l’esaltazione ma anche il fallimento del sogno americano, l’annullamento del self-made-man di capriana memoria nell’ambizione geniale alla criminalità.

Dietro l’apparenza del film di truffa immerso nel contesto storico, culturale e sociale che, in quest’epoca di riflusso nostalgico, pare essere più rincorso da certo cinema medio americano, American Hustle celebra innanzitutto (se non altro per una questione visiva) l’apparato “artistico” degli anni settanta, epoca che, d’altronde, fu segnata proprio da quella poetica della nostalgia di autori come il mai troppo citato Peter Bogdanovich, con cui possiamo individuare qualche punto in comune con David O. Russell perlomeno nella manipolazione e nella mistificazione dei generi della vecchia Hollywood (non era una rielaborazione del film di guerra Three Kings? O del film sportivo The Fighter? O della commedia romantica Il lato positivo?), così come è inevitabile pensare a Martin Scorsese quando, all’improvviso, compare il risorto Robert De Niro in un cammeo memorabile.

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Russell studia il mistero dei generi, sa contraffarli come i falsari che abitano questo grande film d’altri tempi sulle conseguenze della finzione, semina il dubbio in qualunque angolo nell’osservare i comportamenti dei suoi protagonisti così endemicamente votati alla menzogna non tanto per sopravvivere quanto per vivere al di sopra di se stessi.

E poi sta addosso ai suoi fidati protagonisti, senza mai invadere gli spazi che non gli appartengono almeno secondo quelle regole che smentisce continuamente attraverso un eccellente magistero registico di film in film sempre più efficace, confermando la natura romantica e popolare del suo cinema.

A titolo esemplificato, valgano due sequenze d’antologia: il bacio tra Irving e Sydney tra i vestiti della lavanderia; la rapsodica e complessa parte finale della festa con i mafiosi, quando Richard vede Sydney che guarda Irving, malato di cuore e consapevole di essersi messo in un gioco troppo grande, che scopre la moglie con un malavitoso, dominata da una colonna sonora da urlo.

Infine, un film ovviamente d’attori modellati a gusto e piacere di un autore che è quasi un direttore d’orchestra: Christian Bale al limite della perfezione (il suo devoto sguardo a De Niro è un passaggio di testimone), Amy Adams travolgente e spregiudicata nelle scollature mozzafiato, Bradley Cooper strafatto e nervoso (i cui bigodini difficilmente si dimenticano), Jeremy Renner con il ciuffo e i vestiti più improbabili possibili, Jennifer Lawrence da applausi.

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