La teoria del tutto | Recensione

LA TEORIA DEL TUTTO (THE THEORY OF EVERYTHING, G.B, 2014) di James Marsch, con Eddie Redmayne, Felicity Jones, Maxine Peake, Emily Watson, David Thewlis. Biografico drammatico. **

Cercare gli errori storici, le licenze poetiche, le approssimazioni narrative e via discorrendo è uno stanco esercizio nozionistico. L’adattamento di un’opera già in essere (che sia una fonte letteraria o una biografia o un fatto storico), in quanto tale, si può concedere qualunque tradimento in nome della buona riuscita del prodotto.

Non so quanto di vero o di forzato vi sia in questa Teoria del tutto, che è un po’ un incrocio fra il ritratto di un genio e le scene di un matrimonio che ha in A Beautiful Mind un precedente pesante. Francamente non mi interessa più di tanto se il biopic sia pedante o del tutto ingannevole: mi interessa, questo sì, che il film sia coerente, onesto, appassionante.

È coerente per quel che si propone in principio: essere un blockbuster intimista per un pubblico suggestionato dalla speranza divulgativa del testo e un bignami, perlomeno alla portata di tutti, delle complicate teorie del cosmologo (come il protagonista Stephen Hawking si presenta nelle prime scene).

La sintesi tra i canoni didattici della tipica biografia da grosso pubblico e l’infarinatura scientifica non funziona completamente, perché emerge chiaramente sin dai primi minuti il reale motivo d’esistere di questo film che sceglie di chiamarsi con un titolo sicuramente affascinante quanto tranquillamente deviante.

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È il racconto del difficile lessico matrimoniale tra un uomo malato ma geniale e una donna amorevole e necessariamente trascurata ad essere il cuore della narrazione. Tutta la descrizione del mondo della ricerca scientifica resta sullo sfondo e non riesce mai ad avvincere davvero. Tuttavia nemmeno il coté melodrammatico regge davvero.

Pare che il film non riesca mai a distaccarsi dalla sua confezione accademica in cui perfino la fotografia evoca piattamente le luci soffuse di un passato già visto e rivisto e la musica sdolcinata sembra pronta per una pubblicità sulla scia di Vangelis, finendo per risultare la leziosa e prevedibile messinscena biografica ad uso e consumo di un sonnecchioso pubblico da pigro pomeriggio.

La stessa prova di Eddie Redymane, che comunque merita molti elogi per tenuta e mimetismo, rientra nel quadro produttivo del “film d’attore” su cui il pubblico di cui sopra si adegua comodamente, senza cogliere appieno quegli spunti quantomeno intriganti di derive oniriche (quando, già infermissimo, immagina di alzarsi per raccogliere una penna) o di snodi apparentemente funzionali (la scoperta della malattia, affrontata molto convenzionalmente).

Certo, Felicity Jones è un’adorabile Jane e qua e là il film si lascia vedere con squisito piacere, ma è l’ennesima occasione mancata dal genere biografico in questi ultimi anni pieni zeppi di biografie.

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