La vita è facile ad occhi chiusi | Recensione

LA VITA È FACILE AD OCCHI CHIUSI (VIVIR ES FÁCIL CON LOS OJOS CERRADOS, Spagna, 2013) di David Trueba, con Javier Camara, Natalia de Molina, Ramon Fontseré, Frances Colomer, Jorge Sanz. Commedia drammatica. **

Nella Spagna franchista del 1966, un simpatico, goffo e logorroico insegnante di inglese e latino vuole conoscere John Lennon, che sta girando un film in Almeria. A bordo della sua auto, imbarca una ragazza incinta e un sedicenne capellone in fuga dai genitori.

Ispirato ad una storia vera, vincitore di una mezza dozzina di Goya, è un film grazioso, furbo, ruffianissimo che David Trueba, anche scrittore e fratello di Fernando, compone battendo tre strade: il racconto storico, il racconto sentimentale, il racconto di formazione.

Se è vero che la musica e le parole dei Beatles fungono da pretesto per significare la depressione di una nazione sotto regime, in cui l’educazione si serve degli schiaffi e la miseria non risparmia la gioventù, è altrettanto giusto osservare come si scelga di illustrare la stessa Spagna coi colori leziosi e stucchevoli, finanche seppiati, di una banalissima fiction nostalgica.

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La famiglia del sedicenne, per dire, è un campionario di gusto pop che però si accorda alla commedia che il film in fondo sa di essere, e infatti i brevi interventi dei fratellini occhialuti e ben vestiti sono molto efficaci – ed è un peccato che la loro partecipazione si limiti alla sequenza del litigio a tavola che pare uscita da un musicarello con Gianni Morandi beat nostrano e Nino Taranto papà inflessibile.

Il grosso problema del film sta nella sua mancanza di omogeneità: ora è un Attimo fuggente col professore che sermoneggia sulla vita e le istruzioni per l’uso, ora la versione edulcorata di un qualunque road movie da Paper Moon a Nebraska, ora un’introduzione alla sessualità alla Louis Malle che poco si armonizza col contesto.

Restano le canzoni dei Beatles (ascoltiamo solo Strawberry Fields Fever nel finale), le belle prove di Javier Camara e Ramon Fontseré, le musiche del grande Pat Metheny. Ma quanta ruffianeria, quanti ammiccamenti, quanta paraculaggine.

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