Scandalo a Filadelfia | George Cukor (1940)

Il fatuo nullafacente Cary Grant è uno dei tre lati di un triangolo di divi: la perfidia del film sta nel fatto che la ricca ex moglie Katharine Hepburn deve scegliere tra lui, che naturalmente apprezziamo benché lei l’abbia lasciato ufficialmente per un problema di alcool (lui la chiama “la mia graziosa sete”, naturalmente alludendo ad altro), e l’altrettanto rispettabile James Stewart (che vinse un Oscar che lui stesso reputava esagerato: ma la naturalezza della sua recitazione è di sconcertante efficacia).

In realtà il vero promesso sposo sarebbe John Howard, ma è il solito nuovo ricco noioso e mal celatamente rozzo di cui conosciamo il destino sin dal principio (non sposerà l’eroina).

Al di là dell’intreccio in sé, il film si concentra sui motivi per cui la viziata Hepburn dovrebbe riaccogliere Grant nell’istituto matrimoniale e sul processo, anche inconscio, che Grant mette in atto per dimostrare a Hepburn di essere l’unico in grado di renderla felice.

È fondamentale sottolineare che i due appartengono alla stessa classe sociale, sono cresciuti insieme e si vogliono bene: quando Grant promette a Hepburn che il loro matrimonio sarà di “importanza nazionale” vuole intendere che esemplifica e simboleggia la loro società nell’insieme, proprio come se loro ne fossero i sovrani.

Allora il ruolo di Stewart è duplice: far capire a Hepburn che Howard non è l’uomo giusto (e l’obiettivo è condiviso con Grant) e proporsi, attraverso la propria sensibilità artistica e l’iniziale filtro di un’ubriacatura, come il partner ideale in opposizione a Grant (che comunque non detesta): è lui a rivelare alla donna che non è “una vergine” ma è «fatta anche di carne e sangue».

Dal canto suo, il problema di Hepburn è più intimo: deve avere pietà per la debolezza, tollerare ed accettare la sua imperfezione (per esempio l’amnesia sulla sua ubriacatura ma anche la raffinatissima accusa che le rivolge Grant: «tu sei di gran lunga la tua persona preferita») per poter diventare agente del cambiamento (chi sposare dei tre?).

Nella sequenza alcolica in cui si ritrova tra le braccia di Stewart e al cospetto del sornione Grant e dello sdegnato Howard, la sua posa è un simbolo della sua morte come dea e della sua rinascita come carne: la maturazione può procedere solo con la nuova coscienza di non essere casta e innocente, di non essere “la dea vergine, la vergine sposata” come l’apostrofa Grant.

Il “rimatrimonio” segna la fine delle peripezie che questa relazione ha dovuto superare ma, poiché l’avventura non è avvenuta su un doppio binario ma triplice, le nozze tra Grant ed Hepburn hanno necessariamente bisogno di Stewart. In qualche modo, la foto che li ritrae sull’altare, con le facce stupite per lo scatto imprevisto, testimonia un amore che s’è dovuto allargare per sopravvivere alle difficoltà.

Se nelle “commedie del rimatrimonio” che raccontano la fase del corteggiamento l’uomo è l’oggetto del desiderio femminile inevitabilmente subalterno, nei “rimatrimoni” veri e propri è spesso colui che deve dimostrare all’amata di essere il marito ideale ma nella prospettiva di una uguaglianza tra le parti. In Scandalo a Filadelfia, Grant annulla il rivale inglobandolo, raggiungendo così il proprio obiettivo.

SCANDALO A FILADELFIA (THE PHILADELPHIA STORY, U.S.A., 1940) di George Cukor, con Katharine Hepburn, Cary Grant, James Stewart, John Howard. Commedia romantica. ****

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...