Future Film Festival 19 | Recensione: 7 minuti dopo la mezzanotte

7 MINUTI DOPO LA MEZZANOTTE (A MONSTER CALLS, U.S.A.-Spagna-G.B., 2016), di J.A. Boyana, con Lewis MacDougall, Sigourney Waever, Felicity Jones, Liam Nesson, Toby Kebbell. Fantastico. ***½

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Il dodicenne Conor ha un incubo ricorrente: sogna di trovarsi nel mezzo di un disastro ambientale e di non riuscire a salvare sua madre. Quando si sveglia, tutto, nella sua vita, resta infelice: a scuola è vittima di bullismo, il padre è lontano (leggi: assente), la mamma è all’ultimo stadio di una malattia e la severità della nonna non scende a compromessi con il suo incomunicabile tormento.

Finché una notte, intento a disegnare, sette minuti dopo la mezzanotte, dall’antico albero di fronte si materializza un mostro, che irrompe in casa per raccontargli tre storie, con la promessa che una quarta sarà raccontata proprio da Conor. È il prodotto onirico di qualcuno troppo grande per essere un bambino o la fantasiosa realtà di un ometto troppo piccolo per essere un uomo? Cosa è venuto a fare il mostro, cosa sta chiedendo a Conor, chi è il mostro?

All’origine di 7 minuti dopo la mezzanotte c’è un fortunato romanzo di Patrick Ness. Impegnato – curiosamente in solitaria – anche nell’adattamento cinematografico, lo scrittore preserva la grande lezione del suo racconto di formazione: la necessità delle storie. Le storie che, dice il mostro, sono animali selvaggi: una volta raccontate, prendono le strade più impensate. Non esiste una sola verità, né i buoni e i cattivi sono totalmente tali.

Il mostro sa qual è il suo compito: per poter continuare – o addirittura iniziare – a vivere, Conor deve uscire dal mondo manicheo della sua infanzia, imparare che sono le vie di mezzo ad affollare l’umanità, affrontare il trauma con violenza terapeutica (anche fisica) per riuscire, infine, a convivere con tutto ciò che lasciano coloro che se ne vanno. È un’educazione alla perdita in cui la creatura deve esortare il piccolo eroe a sfidare il dolore per andare oltre.

Giunto al terzo film in dieci anni, lo spagnolo J. A. Boyana continua la sua personale ricerca destrutturata dentro il filone del coming of ages (i film sul passaggio dall’infanzia all’adolescenza). Come in The Impossible, c’è lo spettro di un lutto non ancora accaduto ma con cui fare i conti; e come in The Orphanage, Conor ha bisogno di una realtà-altra che stimoli quella vera. Per molti versi, Lewis MacDougall si carica il film ed è un talento puro.

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Non gli sono da meno la dolente mamma Felicity Jones e la nonna, una esemplare Sigourney Weaver in graduale disgelamento emotivo. Ma forse a rendere il film così intrigante è la costruzione del rapporto tra il bambino e il mostro, che in originale ha l’autorevole voce di Liam Neeson (attenzione alle foto!).

L’incontro non è solo il cuore della favola (il contenuto) ma rappresenta anche il confronto tra l’interpretazione classica del ragazzino e quella in motion capture del divo (la forma). Apice di uno straordinario apparato visivo, che, facendo incontrare l’immaginario angosciante di Guillermo Del Toro con i codici melodrammatici di Steven Spielberg, trova nelle possibilità del fantasy la cornice perfetta di un racconto sempre sospeso tra sogno e realtà.

Eccezionali i contributi di Oscar Faura, autore della uggiosa fotografia, e Eugenio Caballero, scenografo sensibile alla minaccia degli interni (il salotto della nonna: è anche un grande film di oggetti) quanto degli esterni, ma un applauso all’eccellente reparto degli effetti speciali. E che meraviglia la malinconica colonna sonora di Fernando Velazquez.

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