Recensione: Doppio amore

DOPPIO AMORE (L’AMANT DOUBLE, Francia, 2017) di François Ozon, con Marine Vacth, Jérémie Renier, Jacqueline Bisset. Thriller erotico. ** ½

Il senso dell’osceno, così centrale nel cinema di François Ozon anche quando latente o omesso eppure esplosivo proprio nelle immagini meno esplicite, postula Doppio amore dalla prima inquadratura, che contestualmente accoglie il primo inganno. Attraverso – letteralmente – la via ginecologica ad un corpo femminile quanto mai misterioso, affiora in trasparenza un occhio chiamato ad esercitarsi ad uno sguardo svincolato dall’evidenza.

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Dalla vagina indicata quale luogo dove scoprire l’arcano agli occhi incapaci di scindere realtà ed immaginazione, questo film eccessivo ed anatomico denuda corpi che hanno bisogno di mostrarsi senza abiti per leggere verità altrimenti mascherate. Fondato su una continua messa in discussione della realtà, interroga i nostri occhi per cercare una oggettività riflessa in specchi incrociati, infranta dietro un vetro, riverberata nell’impossibilità di essere afferrata.

Lei (la splendida Marine Vacht), troppo giovane per cercare nel passato le cause di un tormentato presente, si convince che nella psicoterapia possa esserci la chiave di un problema indecifrabile. Lui (il conturbante Jérémie Renier) ha bisogno di un surrogato per esprimere l’incapacità scientifica da parte del singolo di cogliere la questione, se non riponendo un’attenzione complessiva e completa a più livelli: non a caso, il primo gemello è psicanalista, il secondo è cognitivo-comportamentale.

Bella trappola, quella di interpretare Doppio amore secondo gli strumenti che ci fornisce lo stesso film, buttandoci in un’inesauribile, magmatica, ardimentosa riflessione psicologica su uomini duplicati, rapporti tra gemelli, transfert, perversioni sessuali… Ma non serve la psicanalisi a dare il quarto di nobiltà ad un’allucinante macchina narrativa che si alimenta, con indubbio gusto postmoderno, di ossessioni e fantasmi di molto cinema del passato, specie anni cinquanta.

Ma, più che ai caposaldi di Robert Siodmark, Orson Welles o Fritz Lang, pare più interessante riferirsi ad altri film visti negli ultimi tempi qui da noi. Al pari di Quello che non so di lei e I fantasmi d’Ismael, Doppio amore mette al centro il passato sì come un incubo angosciante ma anche dispositivo di paure in grado di configurare il presente quale momento di resa dei conti con la propria capacità di auto-narrazione. Sono film che si confrontano – o per meglio dire si scontrano – con l’impossibilità di afferrare il reale.

A differenza di quelle due parabole sullo scrivere, con Roman Polanski ad incidere in una paranoia che tocca tensioni di sadismo omoerotiche e Arnaud Desplechin a negare una prospettiva unica per interpretare le mancanze, Ozon guarda ai fantasmi di Personal Shopper di Olivier Assayas e preferisce appaltare la dimensione narrativa al confronto della protagonista con le due versioni speculari di un solo uomo che s’impossessano del suo desiderio, diventando a loro modo autori di una vita altrui.

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Doppio amore si presta ad essere compreso nei mille modi che presuppone il composito reticolato di immagini bifide, senza che nulla sia davvero chiaro o esplicitato da una regia volontariamente tesa a confondere e mischiare. Il gioco, alla lunga, anche perché privo di un certo sapore beffardo, finisce per irritare laddove l’assurdo sovrasta la logica, e sembra quasi flirtare col pericolo quando gli omaggi (leggi: i saccheggiamenti) ad Hitchcock per via di De Palma si fanno quantomeno plateali.

Le cose vanno meglio se si decide di seguire, con la lucida consapevolezza dell’infinita compenetrazione di specchi riflessi, la politica dell’osceno ozoniana, fatta di un rarefatto gusto per un abbozzato grandguignol (a casa di Jacqueline Bisset, simmetrica e parallela alla vicina di casa impicciona) e di una plastica pulsione sessuale mai davvero eccitante nonostante due protagonisti all’apice della loro travolgente e vertiginosa carica erotica.

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