Italia ’50s – 9 | Giovani mariti | Mauro Bolognini (1958)

C’è nel cinema italiano una corrente intimista che al contempo sa stagliarsi quale fondamentale discorso collettivo, generazionale, discorso sull’universale attraverso il particolare della provincia – o comunque di una porzione di mondo – e dei suoi episodi possibili lì soltanto. È un filone che arriva da lontano, destinato a rinverdirsi sempre e comunque, e tocca uno dei temi indispensabili non solo per la nostra cultura: l’amicizia maschile.

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Da I vitelloni a Marrakech Express passando per Leoni al sole e La rimpatriata senza dimenticare certe suggestioni de La prima notte di quiete nonché il cuore di C’eravamo tanto amati fino ad Amici miei e a L’ultimo bacio, il catalogo è ampio e la mappa geografica tocca molti punti dello stivale. Lucca è il teatro non dichiarato di Giovani mariti, che oggi finisce per sembrare l’anticamera del film più fortunato di Gabriele Muccino.

D’altronde di cosa parliamo? Degli ultimi fuochi vitelloneschi (ecco) di cinque provinciali che accompagnano uno di loro verso l’altare. Come capitava nel capolavoro di Federico Fellini – e come dopotutto accade nella vita di qualunque comitiva – il matrimonio innesca un cambiamento soprattutto in coloro che non si sposano, perché rappresenta una chiamata alla maturità alla quale nessuno è pronto.

Dopo Gli innamorati, Mauro Bolognini continua a scandagliare la sua generazione cogliendone qui aspetti particolarmente inquieti, catturando l’inesorabile malinconia del tempo che scorre senza chiedere il permesso a chi vuole restare forever young, bighellonando in notturna come di giorno alla ricerca di nuove ragazze da conquistare, bicchieri pieni da scolare, altre albe da contemplare per capire quanta angoscia possa riservare il domani.

In Giovani mariti il mito dell’amicizia è demistificato al crocevia del tempo, che denuda i personaggi delle loro convinzioni apparentemente più incrollabili, mettendoli a contatto con le incombenze della maturità, i doveri dell’essere grandi, le conseguenze dell’amore o di quello che non si sa provare, illuminati dal bagliore oscuro delle luci che tagliano la tristezza rappresa di Armando Nannuzzi.

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Scritto dal regista con Pier Paolo Pasolini (che a Bolognini deve molto), Luciano Martino e Enzo Curreli a partire dal soggetto di Pasquale Festa Campanile e Massimo Franciosa (coppia sulla quale, prima o poi, sarebbe opportuno scrivere qualcosa per studiarne la collaborazione e poi le carriere singole), abitato da scelte di casting interessanti: il vitellone gentile Franco Interlenghi (bravissimo) è con la sua allora moglie Antonella Lualdi, Antonio Cifariello dimostra di non essere solo bello, Gérard Blain risponde ai doveri di coproduzione, Raf Mattioli veniva da Guendalina, Sylva Koscina stava esplodendo…

GIOVANI MARITI (Italia-Francia, 1958) di Mauro Bolognini, con Antonio Cifariello, Franco Interlenghi, Raf Mattioli, Gérard Blain, Isabelle Corey, Ennio Girolami, Rosy Mazzacurati, Anna Maria Guarnieri, Antonella Lualdi, Sylva Koscina. Commedia drammatica. *** ½

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