Venezia 76 | Recensione: The Burnt Orange Heresy

THE BURNT ORANGE HERESY (Italia-U.S.A., 2019) di Giuseppe Capotondi, con Claes Bang, Elizabeth Debicki, Mick Jagger, Donald Sutherland. Noir. **

James Figueras è un critico d’arte. Ne è in una certa misura lo stereotipo. Affascinante e incalzante, capace di piegare la realtà alle sue esigenze, bugiardo professionista per avvalorare le proprie tesi, addirittura pagato. Una figura fantasiosa, se non fossimo ai piani alti del jet set. A una conferenza (che dovrebbe essere una specie di introduzione teorica), conosce una bella ragazza americana, se la porta a letto e poi le offre un weekend sul lago di Como.

L’invito arriva da un ricchissimo collezionista americano, che intende usarlo per ottenere l’unico quadro di un pittore-eremita ospitato nella sua tenuta. Poiché l’opera dell’artista è stata, negli anni, perduta a causa di incendi devastanti, il collezionista chiede al critico di entrare nel suo studio per rubargli un quadro, così da diventare l’unica persona al mondo a possederne un esemplare. Come ricompensa, il critico potrà curare l’unica monografia del pittore.

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Tratto da Il quadro eretico, classico neonoir di Charles Willeford, il secondo film di Giuseppe Capotondi (a distanza di dieci anni dal primo, La doppia ora: nel frattempo si è occupato di serialità televisiva) può essere letto in tre modi. Il primo è industriale: un thriller internazionale che cerca di installare l’impianto del libro in un contesto italiano pericolosamente a misura turistica, cercando di dare profondità a uno sfondo incantevole ma a uso e consumo dell’estasi dei villeggianti d’alto bordo.

Il secondo è una riflessione sul mestiere del critico, descritto qui come massimo sacerdote della menzogna, della reticenza, dell’opportunismo, professione-parassita scelta da coloro che devono accettare la mancanza di talento artistico e trovarsi un posto nel mondo commentando, ripensando, inventando le ragioni del talento altrui. E il mellifluo Claes Bang certo non contribuisce a costruire un’empatia col suo pur spregevole personaggio.

E il terzo è il ritorno del neoclassico, tra magioni lacustre che contengono segreti e spazi metropolitani abitati da cittadini facoltosi, con un occhio alle atmosfere hitchcockiane e un altro al ritmo delle narrazioni televisive. Purtroppo, al di là delle ambizioni e degli ingranaggi in barba alla credibilità, del film restano solo i gustosi e divertiti cammeoni di Mick Jagger e Donald Sutherland: l’uno incede tra i quadri col passo padrone della star che non deve chiedere permesso; l’altro gioca sornione tra monologhi a effetti e un look barbuto che instilla massicce dosi di carisma attorno al sorriso più ambiguo della storia.

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