Arsenale | Aleksandr Petrovic (1929)

Corri verso l’Arsenale, ma è proprio Arsenale a correre più forte. Con un ritmo serratissimo, procede a marce forzate riuscendo a colpire l’occhio della madre… no, quello era La corazzata Potemkin, non c’entra niente. No, invece c’entra. La matrice è la stessa, l’impostazione pure. È un susseguirsi di immagini potentissime, rigorosamente mute perché al dolore non si può dar voce. Eppure urla, vuole farsi sentire per affermare le proprie ragioni. Resiste, resiste, resiste.

Inchioda nel suo linguaggio realista e spudoratamente disperato. La desolazione che si avverte in quelle sequenze senza speranza non è raccontabile facilmente. È l’immagine che travalica lo schermo, cavalca l’anima verso l’orizzonte. Quell’orizzonte che rappresenta l’infinito, e di cui non si conoscono le caratteristiche. Spiazza, Arsenale, in quelle sequenze disarmanti di un mondo al limite in balia di se stesso.

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Il bambino biondo che piange, la mamma che si duole, il cavallo sconsolato, la guerra brulicante. Il treno che attraversa il paesaggio. Le distese di prato erboso ed abbandonato da dio. I volti, gli uomini. Le maschere di un dolore indicibile e senza pietà. Una fisarmonica suonante, che poi cade, si chiude, non suona più: la morte cinica e senza scrupoli. Le mani che escono dalla sabbia, disgraziate. Il soldato senza gambe. I vecchi che non se ne fanno una ragione. La gente che applaude.

Una consapevolezza politica. I cannoni che esplodono. La dimensione borghese che si scontra con il popolo (un popolo non sa quello che fa). I movimenti di macchina da presa che svicolano sfuggenti alla ricerca di una qualche via di fuga. Le parole non servono più. La poesia si esalta, esalta l’immagine, sublima l’emozione della visione, del racconto. Il lamento di una popolazione abbattuta.

ARSENALE (АРСЕНАЛ, U.R.S.S., 1929) di Aleksandr Petrovič Dovženko, con Semën Svašenko, Amvrosij Bučma, Georgij Char’kov, Dmitrij Erdman, Sergej Petrov. Drammatico. ****

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