Se sei così ti dico sì | Recensione

SE SEI COSÌ TI DICO SÌ (Italia, 2010) di Eugenio Cappuccio, con Emilio Solfrizzi, Belén Rodriguez, Iaia Forte, Roberto De Francesco, Totò Omnis, Salvatore Marino, Manuela Morabito, Carlo Conti. Commedia. **

Un ruolo così, forse, Emilio Solfrizzi non lo riavrà più tra le mani. Il film in cui ha trovato il ruolo della vita è uno di quei rari film italiani che vivono dello stato di grazia di un attore. Un soggetto del genere in America avrebbe dato vita ad un melodramma country. Però siamo in Italia, in particolare in un paesino della Puglia, e il nostro Crazy Heart si chiama Piero Cicala, che negli anni ottanta ha avuto un travolgente successo alla Righeira (Io, te e il mare, miracolo di orribile nostalgia scritto per l’occasione) e poi è scomparso dalle scene, anche complice una canzone sfortunata (Amami di più, che se la cantavano gli Stadio era un capolavoro).

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«Ci fate pagare il successo, figuratevi l’insuccesso» sputa rancorosa l’ex moglie di Piero (la morbida e tignosa Iaia Forte, che ha un’espressione memorabile quando riconosce il rumore dei passi dell’ex consorte). Il caso vuole che, per varie circostanze (i Ricchi e Poveri hanno dato forfait), un delegato del programma di RaiUno I migliori anni gli offra una nuova opportunità: cantare in diretta, e dopo alcuni dubbi, Piero accetta.

Finché nella sua vita entra in scena, chissà perché, uno splendido prodotto mediatico di nome Talita Cortes, che tramuta in ora ogni cosa che tocca. La interpreta Belén Rodriguez, che si sta rivelando non solo abbastanza abile nello scegliere cosa fare e cosa non fare, ma anche in gamba.

Anche se non dichiarata, si sente in Se sei così ti dico sì l’influenza di Pupi Avati. Piero Cicala è un uomo di seconda mano, vinto, perdente, non esente da patetismo, senza più illusioni, a cui la vita concede un’altra possibilità che forse è anche l’ultima. Come l’Ugo Tognazzi di Ultimo minuto o il Massimo Boldi di Festival, tanto per citarne due. E, senza nulla levare ad Eugenio Cappuccio, il film appartiene ad un grande Emilio Solfrizzi, che lo vive in modo assoluto con sentimento, malinconia e disincanto. Non è un caso che la parte migliore sia la partecipazione televisiva, in cui Solfrizzi sfodera praticamente tutta la sua gamma espressiva consapevole di giocarsi il ruolo della carriera.

Negli squilibri narrativi e nei passaggi poco credibili (perché questa star mondiale si affeziona a Cicala?), il film non riesce a non farsi volere bene proprio per la toccante prova del suo attore, che da una parte impreziosisce una pressoché ottima prima parte e dall’altra salva con un guizzo d’alta scuola il banale e triste secondo tempo americano. Eppure il problema del film accomuna tutti gli altri film del suo autore: manca di quel reale colpo d’ali che lo faccia volare al di là dello schermo. Resta timido, non osa per davvero, si accontenta.

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Qualcuno ha notato affinità con L’uomo in più di Sorrentino, ma forse più per il mestiere (lo stesso dell’indimenticabile Tony Pisapia di Servillo) e l’ambientazione meridionale che altro, anche perché ciò che Sorrentino faceva alla grande era proprio osare di brutto proponendo uno stile radicalmente nuovo. Essendo una favola, il finale è lieto, ma c’è qualcosa in più che lo rende di valore, con quella speranza liberatoria e purificatrice che ti fa uscire dal cinema con serenità. Un finale all’americana, mi verrebbe da dire. Così il cerchio si chiude. Ma con un nodo, purtroppo.

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