Recensione: Last Flag Flying

LAST FLAG FLYING (U.S.A., 2017) di Richard Linklater, con Steve Carrel, Bryan Cranston, Forest Whitaker, J. Quinton Johnson, Richard Robichaux, Lee Harrington, Cicely Tyson, Yul Vazquez. Commedia drammatico. ****

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È probabilmente vero che c’è qualcosa che non torna in Last Flag Flying. Forse nell’equilibrio tra la tragedia di una nazione che si rispecchia in una dramma privato e viceversa e la commedia sulla riscoperta di un’amicizia tra maschi di mezz’età al crocevia delle rispettive crisi. Sì, magari nello sguardo di Richard Linklater si ravvisa di più l’adesione affettuosa agli antieroi erranti piuttosto che le tinte cupe del racconto luttuoso.

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Sarà, ma è difficile trovare nel cinema americano di oggi – e specialmente in quello di matrice indie, spesso troppo omologato su un modello chiamiamolo Sundance oppure appoggiato su un repertorio ora brillantemente funzionale ora un po’ stucchevole – qualcosa di più esatto e struggente dell’ultimo film di Linklater, cineasta da sostenere con tenacia e passione nonostante le mancanze della distribuzione e le pigrizie del pubblico italiani.

Difficile perché per prima cosa c’è una visione su un pezzo del recente passato americano che riapre una ferita più coperta da un grosso cerotto che del tutto rimarginata. Ed è vero che le guerre della gestione Bush – che ritroveremo nel Vice di Adam McKay – sembrano essere i frammenti di un discorso sulla nazione affrontato ormai solo nella fase “homecoming”, sublimato soprattutto nella sci-fi (The Martian), ma non più nel cuore della faccenda, nel mentre in cui la guerra divampa e i soldati cadono. È accaduto in diretta, in un frangente molto fiorente, pensiamo a Nella valle di Elah o Grace is Gone, ma da Obama in poi sembra tutto un po’ rimosso.

Non è il primo aspetto che emerge, ma Last Flag Flying è un film storico: è il 2003 e Doc, già rimasto vedovo, scopre che il figlio è morto in Iraq. Dunque cerca due commilitoni con cui ha combattuto in Vietnam per farsi accompagnare nel viaggio che riporti a casa, nel New Hampshire, la salma. Ecco, già qui c’è un dato interessante: perché convocare tre fantasmi del passato, tre reduci dell’inferno, per raccontare il dolore di una guerra che non hanno combattuto?

Da una parte c’è il fatto della paternità, dell’ereditarietà: naturalmente Doc ma anche gli amici si caricano addosso una pena che si accumula a quelle faticosamente rielaborate – oppure no – nel trentennio vissuto lontano dalla barbarie. Sono tre morti, vittime delle menzogne della nazione per la quale hanno rischiato di perdere la vita, oggetti di una narrazione in cui non è concesso loro avere paure per non negare l’obbligo di un posticcio eroismo.

Dall’altra, la nostalgia. Si tratta, infatti, di una sorta di sequel de L’ultima corvée di Bob Rafelson, e con quel tipo di cinema Linklater condivide un disincanto civile di straziante malinconia, il sorriso amaro di chi cerca di accettare il mondo per com’è senza riuscire a farci pace. La patina cupa della fotografia, le facce segnate dei suoi antieroi, il fastidio nei confronti degli abusi del potere sono figlie della New Hollywood, che Linklater omaggia con lucidità ed autonomia.

L’America di Last Flag Flying è quella racchiusa nei volti dolenti e disingannati di questi tre uomini che sono stati amici ma non si sono più né visti né frequentati, legati nella memoria da un senso di cameratismo che ha fortificato le personalità e forse ha permesso loro di sopravvivere e non finire nel pantheon di una nazione che nega la normalità per trasmettere modelli di eroismo del tutto menzogneri.

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È il caso dell’incontro con la madre del commilitone morto in battaglia (l’iconica Cicely Tyson, in dieci minuti memorabili), un pezzo struggente che serve ai tre per capire quanto nei decenni non sia mutato il modus operandi dello storytelling. Un momento incastonato tra le confidenze e le chiacchiere cameratesche degli amici ritrovati, diffidenti e al contempo affettuosi, con cui Linklater cerca di trovare un equilibrio necessario per far passare la mentalità di tre reduci addestrati a incamerare il dolore e proseguire il cammino cercando di pensare ad altro.

Un film straordinario sul dovere titanico di elaborare il trauma della perdita in un pellegrinaggio catartico nell’America profonda, capace di squarciare il cuore e un attimo dopo riempirlo con il sorriso rassicurante garantito dall’amico fedele, con tre attori in assoluto stato di grazia che si completano e un finale memorabile per trasparenza e calore, solennità ed umanismo.

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