Alla riscoperta di Lina Wertmüller | La fine del mondo nel nostro solito letto in una notte piena di pioggia (1978)

Dopo Pasqualino Settebellezze, che la rende la prima donna candidata all’Oscar per la miglior regia, Lina Wertmüller è sul tetto del mondo. Le assegnano la cattedra di regia a Berkeley sbeffeggiata da Nanni Moretti in Io sono un autarchico, l’imitazione al Saturday Night Live, Woody Allen che la vorrebbe far apparire in Io e Annie nello stuolo di amici del protagonista. La Warner le dà fiducia, cioè quattrini, e le permette i mezzi per esordire direttamente sul mercato statunitense.

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Il Lina’s Touch pare essere formula buona per tutte le latitudini, a partire da un titolo chilometrico che mette insieme la suggestione apocalittica e le tempeste ormonali, la pioggia e la notte. Il feticcio di Giancarlo Giannini, reduce anche lui dalla consacrazione degli Oscar, ma non quello di Mariangela Melato, a cui viene preferita la più glamour Candice Bergen, più appetibile per il pubblico americano e, molto semplicemente, adatta al ruolo.

La storia, infatti, è quella dell’amore tormentato tra un giornalista italiano di fede comunista e una studentessa americana radical chic, consumato dapprima nell’abbandonata Certosa di San Lorenzo a Padula, paese del salernitano dove s’incontrano per assistere entrambi a una processione religiosa che finisce in una scazzottata, e poi a Los Angeles, luogo d’origine di lei in cui si trasferiscono e mettono su famiglia, per approdare infine a Roma, teatro della crisi.

I temi sono quelli cari a Lina: i conflitti sociali, il sesso, le relazioni tra uomo e donna, il femminismo, la rivoluzione impossibile, l’allegoria politico-sociale attraverso la prospettiva sentimentale. Con una corale di amici senza nome che commenta, interviene come un coro greco che ride, sghignazza, glossa, interviene seguendo il ritmo sincopato del montaggio di Franco Fraticelli, mentre Roberto De Simone lascia che musiche ancestrali ed etniche diano il tessuto sonoro su cui argomentare questo ennesimo non-musical erotico e politico del cinema della Wertmüller.

E, invece, il fallimento. Non solo per il successo nullo. Tutto racchiuso nel verboso titolo, La fine del mondo nel nostro solito letto in una notte piena di pioggia inizia con le immagini di un disastro ecologico che annunciano i molti riferimenti storico-politici del film, dalla rivoluzione cubana alle porcherie di Nixon passando per i fremiti sessantottini, ovviamente modulati sull’emancipazione sessuale e sulla nuova disinvoltura dei costumi.

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Lina ha ambizioni altissime e sceglie di adattare il suo sguardo al melodramma, ma non sa bene da che parte andare, arrivando ad una seconda parte italiana quasi tutta in notturna sulla carta piuttosto interessante. Eppure il gioco al massacro coniugale, tra Chi ha paura di Virginia Woolf? e molti racconti americani “turistici” da Noi due sconosciuti a By The Sea, è troppo cannibalizzato dalle parole, e lo stile sovraeccitato della regista tocca il primo zenit ridondante con un profluvio di specchi metaforici, vetri solo in apparenza trasparenti, primi piani benché non più grotteschi.

La Bergen non trova mai una vera nota personale e si percepisce quanto Lina cerchi nel suo corpo qualcosa che le ricordi l’amata Melato. Giannini immola il suo istrionismo ad una performance sopra le righe quasi fumettistica, giocando fin troppo sulla sua iconografia da intellettuale comunista che arriva in America e disegna falce e martello sui pali per strada. A che ora è la rivoluzione? Come si deve venire, già mangiati?

LA FINE DEL MONDO NEL NOSTRO SOLITO LETTO IN UNA NOTTE PIENA DI PIOGGIA (Italia-U.S.A., 1978) di Lina Wertmüller, con Giancarlo Giannini, Candice Begen, Mario Scarpetta, Lucio Amelio, Massimo Wertmüller, Michael Tucker, Annie Papa, Flora Carabella. Drammatico. * ½

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