Pasqualino Settebellezze | Lina Wertmuller (1975)

A sentire la maggior parte dei critici italiani, sembra assurdo che Pasqualino Settebellezze, titolo che tuttora provoca l’orticaria ai commentatori più engagé ed intransigenti (e a Nanni Moretti: vedere Io sono un autarchico), abbia potuto raccogliere all’epoca addirittura quattro pesantissime candidature all’Oscar. La si risolve imputando agli americani il loro gusto grossolano e individuando nella questione gender la vera ragione della sua fortuna internazionale.

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Ovviamente la situazione è un po’ più complessa. Anche nelle sue problematicità. E peraltro anche negli States qualcuno ebbe da ridire. Per esempio: Lina Wertmuller, la prima donna candidata come miglior regista, è in realtà una regista misogina? È mai possibile che una pioniera del femminismo de facto sia invece un’autrice di retroguardia? Eppure sono le immagini a parlare: è il suo cinema, spesso accusato di rozzezza e volgarità, a mortificare il corpo della donna, a renderlo oggetto di una trivialità in cui è al servizio cinico, opportunista e deplorevole del maschio, al cui sguardo la stessa regista pare accordarsi.

Sarà vero o forse no, ma non ci sembra questo il punto. Mai come in questa spericolatissima parabola (dis)umana, lo sguardo della Wertmuller sa trovare la dismisura per raccontare la primordiale lotta per sopravvivere al male. Ed è un’istanza che non solo sta alla base della sua opera più ispirata, ma si esalta nel dialogo a distanza con il grande rimosso malapartiano (nel senso di Curzio) della bruttezza in tempo di guerra, la bestialità del soddisfare gli istinti del corpo.

Perciò più dell’impressionante sequenza del sesso coatto con l’enorme ed orrenda kapò nel campo di concentramento – chiaramente alla ricerca di una sgradevolezza ad effetto – è la squallida epopea corporea di Giancarlo Giannini ad essere meno scontata. Attore che quando vuole sa esprimere uno scatenato, disperato, iperrealista mimetismo ad alto tasso di spettacolarità, è qui un protagonista che racconta il peggio della nazione attraverso una lente fuori dai confini patri.

L’avventura della sua immagine rinnega il realismo e può avvenire solo dentro un cinema in grado di fare i conti con la traduzione scurrile del fellinismo: la faccia di Giannini, vittima della Storia, è l’apoteosi del primo piano che mette a disagio, il volto di chi tende continuamente a salvarsi sul baratro della sconfitta, il fallimento della moralità e l’epos plebeo del fatalismo più sciagurato, il trionfo di un nichilismo privo di pudore di fronte all’orrore della morte nei lager reinterpretati dalla teatralità di Enrico Job.

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Che poi il film sia ambiguo è indubbio: il dubbio piuttosto è nel capire se lo sguardo sia complice o meno o se sia auspicabile che vi sia distanza da una materia talmente infiammabile. Forse il punto è proprio questo: Pasqualino è lo zenit del cinema anatomico e sconquassato, biologico e roboante di una regista che con una storia così devastante sceglie di negare il buon gusto, il decoro, la decenza.

PASQUALINO SETTEBELLEZZE (Italia, 1975) di Lina Wertmuller, con Giancarlo Giannini, Fernando Rey, Shirley Stoler, Elena Fiore, Roberto Herlitzka. Grottesco. ***

5 pensieri riguardo “Pasqualino Settebellezze | Lina Wertmuller (1975)

  1. […] Bell’annata: a prendere cazzotti dal pugile più iconico del cinema americano, manifesto necessario alla fine della stagione paranoica e della cultura del sospetto, furono nientemeno che Taxi Driver e Tutti gli uomini del presidente, nonché il dimenticato ma straordinario biopic su Woody Guthrie Questa terra è la mia terra. Tra i registi, anziché Martin Scorsese né Hal Ashby, gli europei Ingmar Bergman e Lina Wertmuller, prima donna ad essere nominata nella categoria per Pasqualino Settebellezze. […]

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