35° Torino Film Festival | Recensione: Smetto quando voglio – Ad Honorem

SMETTO QUANDO VOGLIO – AD HONOREM (Italia, 2017) di Sydney Sibilia, con Edoardo Leo, Valerio Aprea, Paolo Calabresi, Libero De Rienzo, Stefano Fresi, Lorenzo Lavia, Pietro Sermonti, Marco Bonini, Giampaolo Morelli, Rosario Lisma, Greta Scarano, Neri Marcorè, Luigi Lo Cascio, Valeria Solarino, Peppe Barra, Sergio Solli, Francesco Acquaroli. Commedia azione. ***

A ripensarlo oggi, mentre esce l’ultimo capitolo della trilogia, il capostipite sembrava già chiudere il cerchio della narrazione, riuscendo a calibrare la sostanza di un dramma sociale (e culturale) con un’idea di cinema sprovincializzata, ambiziosa, consapevole. Avendo scelto di riaprire il discorso con altri due episodi, Sydney Sibilia ha dimostrato di saper adattare il moloch commedia-all-italiana ai codici della saga internazionale.

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E l’ha fatto grazie alla lungimiranza e all’attenzione di Domenico Procacci e Matteo Rovere, produttori di quello che è forse il lavoro più importante e coerente di una stagione, come quella recente, dominata dal bisogno del rischio. Benché a prima vista ce ne sia un po’ poco, in realtà Ad Honorem rinegozia il rapporto col suo pubblico, offrendogli un’alternativa – almeno ideale – alla ripetizione delle precedenti puntate.

Se il primo era un heist movie che giocava sull’intuizione del “colpo grosso all’italiana” messo in atto da ricercatori universitari brillanti quanto sfigati e il secondo mangiava l’asfalto dell’action cercandone una via nostrana, il terzo unisce l’evocazione del prison movie al senso di un’apocalisse imminente senza rinunciare all’umorismo. Niente male per una commedia romana dove la città ha i colori acidi e finti di un trip poco psichedelico al sole del fatalismo cinico della capitale.

La continuità è assicurata nella forma e tutti i personaggi sono convocati per accompagnare la saga alla conclusione, regalando al Murena di Neri Marcorè l’occasione per raccontare un sottobosco criminale di malinconie e disincanti. Ed è la new entry annunciata alla fine di Masterclass, Luigi Lo Cascio, lo strumento disperato per innescare la coscienza del passato pregresso alla saga.

Deciso a far esplodere la Sapienza col gas nervino, mette in scena un fallimento generazionale per responsabilità altrui. D’altro canto, le attività della banda, pur rocambolesche ed assurde, sono dettate sì dalla fame, cuore pulsante del genere, ma anche da una vendetta perpetrata grazie a quelle capacità non riconosciute dal sistema. A suo modo, un saggio pop sulla criminalità di un sistema che ti rende criminale.

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Poco importa se la sceneggiatura faccia acqua in certi passaggi logici o che la credibilità dell’attentato stia in piedi grazie alla fiducia accordata da chi non ha competenze scientifiche. Ad Honorem trasmette – ammiccando con ruffianeria, d’accordo: ma arriva al bersaglio – un’autenticità che è soprattutto la nostalgia per un’epoca mai vissuta. Ma che può essere garantita a chi verrà dopo.

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