Alla riscoperta di Lina Wertmüller | Questa volta parliamo di uomini (1965)

Risultati immagini per questa volta parliamo di uominiForse uno dei primi atti di testimonianza dei fermenti femministi nel cinema italiano. Lo rivela il titolo stesso, rispondendo ad un’altra antologia di sketch di un anno prima: Se permettete parliamo di donne, esordio alla regia di Ettore Scola, alfiere della maschile commedia all’italiana e allo stesso tempo impareggiabile cesellatore di personaggi femminili, specie, in quegli anni, al servizio delle regie di Antonio Pietrangeli.

Al secondo opus, Lina Wertmüller non sa bene cosa fare. Dopo I basilischi, racconto di provincia tipico di un certo cinema italiano, si butta nel mare magnum dell’allora imperante filone del film a episodi. Ora pretestuosi zibaldoni su un tema comune per ammassare sketch privi del respiro necessario al lungometraggio ora più compatti e legati da fili meno occasionali, sono film che hanno garantito generalmente buoni incassi ma anche la possibilità di sperimentare, divagare, innescare dubbi (pensiamo alle esperienze di Marco Ferreri o a certe follie di Alberto Sordi, per dire).

Questa volta parliamo di uomini ha dalla sua la forza di uno sguardo unitario dovuto ad un’autrice ancora acerba ma che ha chiaro l’intento del suo progetto: raccontare le perversioni, i limiti, le ignoranze, le mancanze del maschio italiano nell’epoca del boom economico, con dei titoli di testa in cui vi sono immagini di narcisi uomini in posa. Lina ci arriva dopo il clamoroso successo televisivo de Il giornalino di Gian Burrasca, suo vero capolavoro, da cui mutua quello che lì dirigeva le musiche di Nino Rota e qui viene ingaggiato come compositore, cioè Luis Bacalov, il cui contrappunto musicale si conferma misura del ritmo della regista.

Quattro episodi: nel primo, un industriale sul baratro incoraggia la moglie a rubare per mantenere il loro tenero di vita; nel secondo, un lanciatore di coltelli mezzo cieco sfrutta la moglie fino all’estremo; nel terzo, un professore istiga la moglie ad ucciderlo per eccitarsi; nel quarto, un contadino passa il tempo a bere, giocare e molestare la moglie che lavora. Tra uno sketch e l’altro, un uomo nudo rimasto chiuso fuori casa cerca aiuto nel condominio.

One man show per Nino Manfredi, ovvio. L’istrionismo del nostro colonnello più meticoloso e scrupoloso raggiunge qui vette di virtuosismo un po’ datato ma tutto sommato che funziona, anticipando certe inclinazioni poi esplosive nel più preciso e gustoso Vedo nudo. Accanto a lui, un quartetto di attrici: da segnalare la grande Milena Vukotic, che coopera, nel secondo episodio, con la regista nel definire con esattezza un orizzonte felliniano tra la parodia e la parafrasi.

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Nella modulazione dei dialoghi e nelle esasperazioni dei tratti espressionistici, aiutata dal nitido bianco e nero di Ennio Guarnieri, Wertmüller continua a cercare uno stile di regia che tenda al grottesco lo spirito della commedia all’italiana, trovando però sponda nei pressi di una farsa di grana grossa, solo negli intenti davvero capace di offrire un punto di vista alternativo a quello di norma naturalmente misogino del cinema italiano di allora.

QUESTA VOLTA PARLIAMO DI UOMINI (Italia, 1965) di Lina Wertmüller, con Nino Manfredi, Margaret Lee, Milena Vukotic, Luciana Paluzzi, Patrizia De Clara. Commedia. **

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