Volver | Pedro Almodóvar (2006)

A dispetto del trionfalismo che molti cronisti gli accreditano, il film di Almodóvar è quanto di più piccolo, intimo, garbato si potesse creare da una storia che altri registi avrebbero maneggiato con grande noncuranza, pressapochismo a gogò, fantasy sostituita a fantasia. Quel che più colpisce in quest’opera sommessa ed avvolgente che Don Pedro dirige con mano felice ed imperturbata, è il ruolo rivestito dalla figura femminile.

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Sin dal principio, con quelle donne che puliscono i sepolcri dei loro cari o che coltivano l’orticello che dovrebbe accoglierle dopo la vita, si comprendono i motivi che fanno muovere il treno di Volver: la celebrazione della donna, che, a differenza dell’uomo, sa sempre come voltare pagina dopo un episodio funesto; la solidarietà femminile come collante che unisce ed impreziosisce il vivere quotidiano; l’analisi del rapporto madre-figlia (già cavallo di battaglia del grandioso Tacchi a spillo) e, quindi, le conseguenze dell’amore.

Subissato da una profonda malinconica che scorre nelle vene come acqua d’argento, è un mèlo robusto e potente sulla gioia di vivere, un allegro dramma sentimentale che nasconde, sotto l’aurea serena, una tendenza amarognola dovuta ai conti irrisolti con un passato invadente. Sospese tra il reale e il paranormale, le donne di Volver sono emozioni in (molta) carne e (poche) ossa, che fanno la spesa, si tagliano i capelli, cucinano per trenta persone, rispuntano dai cofani delle auto.

L’innamorata cinepresa almodóvariana indugia sulle forme prosperose ed accoglienti dei seni e dei fianchi. Gli uomini sono sullo sfondo, non creano interesse, ci stanno – ma condizionano le esistenze. Da un po’ di tempo il regista si è reso conto che non è più tempo di colpire al cuore il conservatorismo nazionale del post-franchismo, vuole riassaggiare le atmosfere della sua infanzia, alla quale, desidera, appunto, “volver”, tornare.

È un film di ritorni, certamente metaforici ma anche tangibili, irrealmente immersi in una dimensione inverosimile e pure reale: ripartire è doloroso, ricominciare da zero può essere stimolante, ma tornare è necessario. Tornare dove? All’origine delle cose. È un tango dolente pizzicato sulle corde della memoria, come la canzone – un momento di commovente potenza – che Raimunda canta alla festa.

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Raimunda è una splendida Penelope Cruz nella prova più bella della sua discontinua carriera, un omaggio neanche troppo velato alla Magnani più che alla Loren (c’è Bellissima in tv), e sua madre non poteva che essere l’evocativa e strepitosa Carmen Maura, abitante indispensabile del primo cinema dell’autore. Quasi a voler far pace con il suo passato pre-artistico, Almodóvar è cresciuto, è tornato a casa con la consapevolezza di essere una persona cambiata. Usa la macchina da presa come Astor Piazzolla suonava il bandoneón.

VOLVER (Spagna, 2006) di Pedro Almodóvar, con Penélope Cruz, Carmen Maura, Lola Dueñas, Blanca Portillo, Yohana Cobo, Chus Lampreave, Antonio de la Torre. Mélo. ****

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