Grand Budapest Hotel | Recensione

GRAND BUDAPEST HOTEL (U.S.A., 2014) di Wes Anderson, con Ralph Fiennes, Tony Revolori, Saoirse Ronan, F. Murray Abraham, Edward Norton, Willem Dafoe, Tilda Swinton, Adrien Brody, Jude Law, Tom Wilkinson, Jeff Goldblum, Harvey Keitel, Bill Murray, Owen Wilson. Commedia. ****

Tra i pochi, pochissimi autori del cinema americano contemporaneo in grado di costruire un film partendo e servendosi di un immaginario riconoscibile se non inconfondibile e di uno stile che in quanto tale è unico e proprio e non sfiora nemmeno la maniera, Wes Anderson raggiunge uno dei vertici più importanti del suo percorso dietro, sopra, attorno la macchina da presa.

Sulla felice scia battuta la scorsa stagione con l’incantevole Moonrise Kingdom, partendo dalle storie di Stefan Zweig, Anderson crea un mondo a sé che attinge a piene mani e con sapiente leggerezza ad un vasto e composito panorama culturale che tocca il cinema (impossibile non pensare a Lubitsch nelle sequenze in albergo e nelle evocazioni naziste), s’immerge nel mondo dell’arte tout court (dalle illustrazioni ai quadri di Egon Sheele passando tra musei e ragazzi con mela), flirta con la letteratura (la ragazza che legge il libro scritto da un anziano autore in cui si racconta l’incontro tra un giovane scrittore e un vecchio che a sua volta racconta la storia del film…).

Il quarantacinquenne Anderson, all’ottavo opus di una carriera che può contare già un capolavoro (I Tenenbaum) e un quasi capolavoro (il citato MK) si conferma autore assolutamente sopraffino se non geniale nel contaminare i generi senza sfociare nell’indeterminatezza (è una commedia, certo, ma ci sono spruzzate da film d’avventura e d’inseguimento, una parte di puro escape movie, un impianto da giallo buffo, l’ossatura del racconto di formazione, qualche eco da melodrammino comico, parentesi belliche, un sapore di malinconica elegia del tempo perduto tipica del cinema americano d’autore contemporaneo), tecnicamente ineccepibile nel raggiungere miracolosi equilibri narrativi anche quando rischia di sembrare ruffiano o smisurato, anche quando mette troppa carne al fuoco e si dimentica qualcosina per il puro gusto del racconto e dell’accumulo creativo.

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Ci si potrebbe sbizzarrire a lungo esaminando scena per scena l’esposizione squisitamente tecnica dello stile di Anderson, accusato qua e là di manierismo fine a se stesso, specialmente nell’assecondare le fisime sulle simmetrie in scena, sulla centralità del corpo nel quadro scenico, sull’estetica da romanzo per adolescenti e via discorrendo. E si potrebbe ridurre tutto al manierismo o ad un cinico calcolo opportunistico di matrice ruffiana, ma porrei la questione su un altro piano: la coerenza di un autore che ha un proprio stile singolare che sa riprodurre ogni volta con buone dosi di rinnovamento.

In questo caso si tratta di un ampliamento della coralità dei suoi già ricchi cast, di una volontà precisa di giocare sugli stereotipi sul filo dell’assurdo: non a caso la parte temporalmente centrale, cioè quella con l’anziano valletto che racconta allo scrittore la propria storia, è la più malinconicamente credibile nel cine-décor, quasi a voler sottolineare l’impari confronto tra un mondo scomparso eppure rielaborato e un mondo reale ma non rielaborato. Ovviamente Anderson guarda più felicemente all’ideale passato che ha rielaborato.

Le critiche, pur rare, mosse contro il film si sono concentrate soprattutto attorno all’eccessiva invadenza dell’estetica, specie considerando gli ingombranti costumi della divina Milena Canonero che paiono soffocare gli attori: trovo, invece, che la ricostruzione del mondo perduto e fiabesco, attendibile ma irreale del GBD abbia necessariamente bisogno di un impegno di scene, costumi, trucchi e parrucchi all’altezza di un immaginario tanto immaginifico e splendente.

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Inoltre, è indispensabile sottolineare l’assoluta armonia di Anderson col suo gruppo di lavoro, oramai quasi fisso: a parte Canonero, il direttore della fotografia Robert Yeoman e lo scenografo Mark Friedberg, qui alle loro prove più difficili col regista, senza sorvolare sull’infaticabile Alexandre Desplat alle musiche; nel parterre di star, grande consonanza recitativa tra i fedelissimi, divertiti, affettuosi Bill Murray (enorme), Owen Wilson e Jason Schwartzamn, lo stuolo di attori già con lui in MK (i memorabili cammei di Tilda Swinton, Edward Norton e Harvey Keitel) e le new entry in ottima forma (l’eccellente Ralph Fiennes e il rinato F. Murray Abraham su tutti, ma anche gli esimi Jude Law, Tom Wilkinson, Jeff Goldblum, Adrien Brody, Willem Dafoe…).

Un film che è una gioia per lo spettatore da vedere (si potrebbe ricavare un buon libro illustrato con didascalie), ascoltare (una sceneggiatura che ha qualche problemino ma che spesso riesce a volare alto), addirittura odorare (il profumo che si spruzza Fiennes), un magnifico intrattenimento che sa essere leggero ma non insulso, leggiadro ma non frivolo, avvincente e divertente, intrigante e esuberante. E mille altri aggettivi che non riuscirebbero, comunque, ad esprimere degnamente la mirabolante e spettacolare rappresentazione del memorabile club delle chiavi incrociate: puro genio da antologia.

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