Sils Maria | Recensione

SILS MARIA (CLOUDS OF SILS MARIA, Francia-Germania-Svizzera, 2014) di Olivier Assayas, con Juliette Binoche, Kristen Stewart, Chloe Grace Moretz, Brady Corbet, Johnny Flinn. Drammatico. *** ½

Signore e signori. va adesso in scena il film più inquietante dell’anno («È tutto inquietante ormai» si lamenta la star protagonista Maria Enders della povertà lessicale e concettuale contemporanee). Benché i superlativi siano del tutto sconsigliabili quando trattiamo di opere contemporanee, è tuttavia opportuno segnalare Sils Maria alla stregua delle pellicole più stimolanti dell’annata.

Mansueto all’apparenza eppure allucinante nella sua progressiva tendenza all’abisso, il film presenta l’unica rilettura attualmente possibile, doppia, trasversale e spregiudicata, del mito par excellence della recitazione femminile moderna, quell’Eva contro Eva che se da una parte è il riferimento più semplicistico e banale dall’altra risulta essere l’inevitabile allusione per quanto concerne il rapporto tra le due protagoniste e l’implacabile scorrere del tempo.

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Ovviamente non sono così sciocco da reputare questo film una rievocazione del capolavoro con Bette Davis. Resto dell’idea che sussista, però, qualche eco che rafforza ancor di più l’ipotesi di una rilettura: come ogni interpretazione, una buona rilettura fornisce un significato nuovo e diverso, suggerisce di battere sentieri selvaggi e di congetturare sviluppi alternativi.

Sils Maria è una strepitosa macchina narrativa, scandita in tre parti, dall’impostazione abbastanza classica ma ancora oggi infallibile, che contiene una riflessione teorica sulla recitazione, con le problematiche connesse alla professione in sé (immedesimazione, ripresa di commedie, inversione di ruoli, invecchiamento) e le derive delle problematiche stesse (eccesso o rifiuto di identificazione che induce a confondere, turbare, tormentare).

Questa riflessione narrativa (una specie di racconto-saggio) vive della presenza cannibale di una superba Juliette Binoche che interpreta praticamente se stessa (l’esordio adolescenziale, il successo di critica, le puntate hollywoodiane, la maturità espressiva, la stima generale) e di una sorprendente Kristin Stewart che a sua volta gioca con la macchina-cinema specchiando la propria esperienza capitale (il cinema young-adult) nel personaggio dell’ambigua divetta in ascesa di Chloe Grace Moretz.

Potremmo chiamarlo “il fantasma di Eva” (cioè la Anne Baxter nel film da cui siamo partiti): la giovane che si scontra con l’adulta si scinde qui in Stewart (versante detto-non detto: le prove) e Moretz (versante ambizione malcelata: il pre-finale in teatro) in questo gioco al massacro meravigliosamente verboso e morboso, dominato da una minacciosa tensione dialettica e da una sottile allusione omoerotica giustamente non del tutto espressa.

Il personaggio della Binoche è una radicale rilettura di Margo Channing così come la Helena della commedia messa in scena è una rilettura prodotta dal suo contraltare Sigrid ormai cresciuta. Così come Maria aveva sbarcato il lunario interpretando la diciottenne Sigrid, ora a quarant’anni deve trovare una chiave di lettura per impersonare Helena, nei confronti della quale prova d’istinto repulsione e solo successivamente, grazie a Stewart e Moretz, riesce a darle la giusta dignità di vinta.

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Le tre donne hanno altrettante diverse ossessioni: Binoche l’implacabilità del tempo, Stewart l’incomprensione altrui, Moretz la mancanza di credibilità. Naturalmente il tema più interessante è quello della più esperta e non a caso è il personaggio più complesso ed affascinante. L’affilato gioco al massacro femminile decreta un solo verdetto: ognuna è vinta a suo modo (le ossessioni hanno la meglio) e ognuna deve cercare la propria chiave di lettura per interpretare il ruolo della vincitrice (fertilizzare quelle stesse ossessioni).

Sils Maria è un film che gioca costantemente sue due piani incrociati e sfuggenti, sul tempo che scorre in attesa del grande evento (il serpentone delle nuvole e la recita) e intanto ferisce quando non uccide. Olivier Assayas scrive e dirige con splendida naturalezza, conferendo al film un ritmo vorticoso a tratti imprevisto e un passo quasi diabolico nel suo incessante nervosismo temperato (con un pezzo di virtuosismo da applausi nel breve piano sequenza sul palcoscenico verso il finale).

Forse si perde un po’ nella seconda parte quando il giocattolo mostra un po’ troppo il suo meccanismo vagamente prevedibile, con la sovrapposizione dei piani narrativi e la confusione degli elementi espressivi che porta le attrici ad indugiare in qualche manierismo di troppo, anche a causa di un paio di perplessità nella sceneggiatura. Ma ad avercene di film che ti lasciano col fiato sospeso sottraendo in continuazione per poi esplodere con crudeltà a luci accese.

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