34° Torino Film Festival | Recensione: Suntan

SUNTAN (Grecia, 2016) di Argyris Papadimitropoulos, con Makis Papadimitriou, Elli Tringou, Maria Kallimani, Syllas Tzoymerkas, Dimi Hart. Drammatico thriller erotico. *** ½

In greco, Suntan vuol dire “abbronzatura”. Quella di cui la pelle di Kostis, un medico condotto quarantenne, non può godere senza l’ausilio di creme solari spalmate con poca omogeneità. Se dovessimo scegliere una stagione per definirlo, l’inverno sarebbe quella più adeguata per questo uomo senza passato.

All’inizio del film, senza perifrasi, in un contesto capace di trasmettere l’umidità che penetra le ossa come solo chi vive sul mare sa, finisce su un’isoletta greca, pressoché deserta nelle stagioni fredde, che vive del turismo estivo consumato da giovani spesso felicemente dissoluti. L’attesa della bella stagione, e del sole che bacia i corpi nudi, è ciò che giustifica la vita dei pigri e goderecci maschi isolani.

Anche Kostis, seppur nel suo piccolo e triste mondo quasi inaccessibile agli altri, si lascia coinvolgere dal vitellonismo strisciante, specie quando si presenta in studio la splendida venticinquenne Anna, in vacanza con amici piuttosto gaudenti, belli quanto cinici. Quando lo coinvolgono nei loro divertimenti, il cuore in inverno del medico si infiamma per il calore di un erotismo inaspettato ma agognato.

L’improvviso ed esaltante desiderio di sentirsi desiderato, l’ossessione di chi ha rimosso o non ha mai conosciuto l’esperienza dell’amore, la voracità irrinunciabili di una rinnovata scoperta del sesso conducono Kostis in un inferno nel quale la razionalità della sua professione è soppiantata dall’istinto di una perversa economia delle emozioni.

Un corpo poco attraente, ostile all’esposizione (del sole e degli occhi altrui), alle prese con un tardo percorso di formazione inevitabilmente votato all’interruzione. Nel passato accennato (i ricordi di un amore fallito, le allusive chiacchiere con l’amico ritrovato, l’assenza di amici) c’è la chiave per comprendere la solitudine di un mediocre consumato dal dolore.

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Prima nella forma di una malinconica commedia su un timido sfigato che cerca di essere integrato in una comunità spontaneamente accogliente; poi nei termini di una desolata tragedia in fieri che pretende di non essere gradevole.

Argyris Papadimitropoulos lavora in armonia con l’ambiente, i colori, i momenti della giornata: il tempo atmosferico dell’isola segue le stagioni esistenziali del suo disgraziato antieroe; il giorno dedicato al lavoro e al riposo si oppone alla notte delegata all’esercizio della trasgressione – che sia alcolica, mondana o sessuale.

Più delle conseguenze dell’amore (perché lei lo illude così palesemente?), Suntan parla dei limiti e delle conseguenze di un’ossessione che crede di essere amore, mettendosi alla prova laddove racconta con crudele angoscia il disagio sociale ed emotivo di un emarginato dalla vita, fino al fatale (e notturno) epilogo spaventoso.

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