Recensione: Lontano da qui

LONTANO DA QUI (THE KINDERGARTEN TEACHER, U.S.A., 2018) di Sara Colangelo, con Maggie Gyllenhaal, Parker Sevak, Gael García Bernal, Anna Baryshnikov, Rosa Salazar. Drammatico. *** ½

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Alla fine di questa award season – che per ora si sta rivelando un po’ schizofrenica – magari qualcuno si renderà conto che qualcosa, almeno qualche nomination, avrebbe dovuto guadagnarsela anche Maggie Gyllenhall. Attrice sofisticata, riconoscibile, versatile ed inafferrabile sacerdotessa del cinema indipendente americano, a cui tutti vogliamo bene. Eppure così poco premiato, tanto acclamata quanto poi, giunti al dunque, liquidata con “dai, alla prossima”.

Lontano da qui non solo conferma la tendenza, ma se possibile lascia che esploda in tutte le sue contraddizioni. Possibile ignorare una prova così gigantesca? Possibile non sottolineare con uno straccio di riconoscimento le sfumature più intime, i sottotoni sottilissimi, lo sguardo disponibile allo stupore, quel misto di esaltazione e timore che trionfa nella magistrale interpretazione di Gyllenhall? Possibile.

Possibile perché Lontano da qui è un film piccolo, perfino fragile dove col termine s’intende apprezzare il tepore di una storia che è come una delle poesie recitate dal bambino: semplice ed imperscrutabile. È, infatti, il racconto di una scoperta inattesa: quella che una premurosa maestra d’asilo, appassionata di poesia (frequenta le lezioni tenute da un fascinoso poeta), con un marito e due figli adolescenti poco sulla sua lunghezza d’onda, fa quando si accorge che un suo alunno di cinque anni compone versi (strepitoso il piccolo Parker Sevak).

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Così, senza avvisare nessuno, smette di giocare e comincia a declamare componimenti suggestivi e di difficile lettura. Lei gli da retta, si appunta le creazioni, per un po’ le spaccia per frutto del suo ingegno, finché esce allo scoperto. In un ruolo così, Gyllenhall è suprema: passa in un attimo dall’ammirazione al disorientamento, entusiasta di aver individuato un talento e un secondo dopo cosciente di non poterlo mai essere in quella purezza così disarmante.

Remake di un film israeliano, è l’opera seconda di una regista italiana emigrata negli States, Sara Colangelo, premiata al Sundance, che adatta il testo originario con una sensibilità complessa perché mai semplificante di ciò che accade senza alcuna volontà didascalica, incapace di assecondare il lato oscuro di una personalità al limite, scegliendo di cadenzare il film con l’approccio rarefatto di un thriller umanista sul mistero della poesia fino ad un finale straziante.

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