Alla riscoperta di Lina Wertmüller | Ninfa plebea (1996)

Viaggio al termine della notte. Quella che sopraggiunge, direi definitivamente, sulla carriera di Lina Wertmüller. Perché Ninfa plebea, uscito nel 1996 pochi mesi prima dell’instant comedy Metalmeccanico e parrucchiera (mediocre, ma recuperabile perlomeno sul piano del racconto tra sesso e politica negli anni della Lega e dell’Ulivo), è l’esito più scoraggiante di una regista che nata incendiaria sovversiva dei costumi è finita pompiere in nome della maniera.

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Col solito dispiego di risorse, Ninfa plebea è l’adattamento dell’omonimo romanzo di Domenico Rea, vincitore a sorpresa del Premio Strega 1993: prodotto dall’avventuroso Ciro Ippolito e Fulvio Lucisano, scritto da Lina addirittura con Ugo Pirro, vanta le scenografie di Enrico Job, la fotografia di Ennio Guarnieri e la colonna sonora di Ennio Morricone, tornato con la regista dopo I basilischi. Uno spreco, d’accordo, ma questi grandi professionisti non sono certo innocenti.

È vero: Lina, dopo Sabato, domenica e lunedì, addomestica il suo estro con un’altra trasposizione, quella tratta dal bestseller Io speriamo che me la cavo, risolta con pigra furbizia, e forse ci si aspettava da lei un maggiore controllo dell’incandescente storia. Sullo sfondo della Seconda guerra mondiale, in un immaginario paese della provincia napoletana, seguiamo una ragazzina, segnata dalla voracità erotica della madre, nel suo terribile percorso di formazione sessuale fatto di abusi da parte di uomini più grandi. Il mito della purezza, l’incidenza della mentalità cattolica, la bestialità del popolo, il folklore strapaesano, la morte sempre tragicamente esposta…

Lina non si controlla. La direzione degli attori è terribile, piena di ammiccamenti, smorfie, ridondanze: i suoi acmi negativi nelle dolorose urla di piacere di Stefania Sandrelli che muore durante un violento amplesso, nelle smancerie settentrionali del soldatino Massimo Bellinzoni, nelle deformazioni visive che si manifestano nel volto di Isa Danieli quando cerca di scoprire se la protagonista è ancora illibata.

La stessa protagonista, la debuttante Lucia Cara, fantasma delle vitalistiche giovani donne che abitavano i film migliori della regista, è sì mal diretta ma incredibile nel suo peregrinare da una sfortuna all’altra, tra ostentazioni ridanciane e teatralità sopra le righe da brutta sceneggiata. Sono esempi, ce ne potrebbero essere altri, che determinano l’andazzo generale di un film lezioso, remoto e anacronistico che sceglie sciaguratamente la via dell’eccesso, dell’accumulo, dell’esasperazione.

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Si diceva degli altri. Perché non aiutano né la fotografia leccata, patinata, perfino zeffirelliana nel disprezzo verso il popolo che trasuda, di un Guarnieri che si sdilinquisce in manierismi estetici né un Morricone lasciato a briglia sciolta tra ridondanti rimarca ture che sembrano provenire dagli scarti delle colonne sonore per i suoi autori di fiducia. Più che un’occasione mancata, sembra la cronaca di una morte annunciata: quella di un romanzo pericoloso immolato allo slancio di una regista qui caricatura di se stessa.

NINFA PLEBEA (Italia, 1996) di Lina Wertmüller, con Lucia Cara, Stefania Sandrelli, Raoul Bova, Giuseppe De Rosa, Isa Danieli, Simona Patitucci, Lola Pagnani, Ennio Coltorti, Lorenzo Crespi, Luisa Amatucci, Massimo Bellizoni, Antonio Conte. Drammatico. *

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