Ci sono dei film italiani che nessuno si fila: è il caso di riscoprirli – 1

Il cinema italiano è, per molti, un territorio se non segreto almeno misterioso. Perché, d’accordo, tutti – si spera – conosciamo i grandi autori, i capolavori riconosciuti, i classici intramontabili. Ma c’è una zona oscura, che non è quella dei b-movie o degli stracult ampiamente riconsiderati: è quella dei film generalmente definiti medi, quelli arrivati troppo presto, i sottovalutati, i dimenticati. Questa è la prima puntata di una rubrica in cui ne metto in tavola dieci.

 

Amore mio (Raffaello Matarazzo, 1964)

È un mélo completo, Amore mio, e, sulla carta, ha poco a che fare con i classici degli anni Cinquanta, diciamo Catene e I figli di nessuno. La differenza di fondo è lo spirito: se in quelle hit strappalacrime il sistema narrativo del dramma era un viatico per il ricongiungimento e la pace familiare come allegoria di un Paese bisognoso di conferme e certezze, in questo mélo del boom economico e prima della rivoluzione è proprio il clima sociale a determinare il pessimismo dell’autore.

Perché vederlo: è l’ultimo film del grande Matarazzo ed è una delle visioni più pessimistiche del romanzo sentimentale all’epoca del boom economico

 

Bugie bianche (Stefano Rolla, 1979)

In una Venezia sempre decadente e vuota ma assolata, che tradisce la cupezza melodrammatica scelta da altri registi in favore di un’atmosfera più rilassata e indolente (la fotografia è di Mario Vulpiani, il montaggio di Franco Fraticelli, le musiche nientemeno di Ennio Morricone), seguiamo un ragazzo che sembra provenire dal nulla. Abborda una ragazza ma non le dà filo: ha puntato una coppia di quarantenni, che esce da un negozio di antiquariato e la segue fino alla porta, benché l’uomo si sia accorto del pedinamento. Suona e, accolto in casa, confessa: papà, sono tuo figlio.

Perché vederlo: è l’unico film di Rolla, morto nell’attentato di Nassiriya, e uno dei debutti più intriganti dell’epoca, sul tema del conflitto tra padri e figli negli anni di piombo

 

Città di notte (Leopoldo Trieste, 1956)

Film totalmente d’autore, non esente di quel maledettismo tipico dei lavori forse troppo avanti o semplicemente non del tutto compiuti, Città di notte è racchiuso nel titolo: in seguito alla fuga di una quindicenne respinta dall’attore di cui è invaghita, il padre e il fratello si mettono alla sua ricerca assieme, mentre gli altri membri della compagnia artistica cercano di capire quale sia il loro destino professionale. L’incomunicabilità è evidente: i teatranti bramano i soldi e gli adulti non sanno accettare la crescita dei figli nei termini di scoperta della sessualità ed emancipazione sociale.

Perché vederlo: una delle due regie di Trieste, magnifico caratterista, è un film del tutto personale e anche originale, antiborghese, inquieto, notturno

 

Compagna di viaggio (Peter Del Monte, 1996)

Incontro tra due anime perse: un vecchio ex professore di filologia che probabilmente ha una qualche forma di demenza senile (l’Alzheimer non aveva ancora quel nome, e comunque la buona borghesia non dà nome alle malattie) e una ventenne sbalestrata incaricata dalla figlia dell’anziano di pedinarlo per evitare che si perda nei meandri della città. Un imprevisto pellegrinaggio ferroviario nel cuore dell’Italia, che da Roma li fa salire verso nord, alla ricerca di qualcosa di inafferrabile, sfuggente, imprecisato: l’idea stessa di felicità.

Perché vederlo: le strepitose performance di Michel Piccoli e Asia Argento in un viaggio in Italia tenero e sincero, tra gli esiti più risolti del defilato Del Monte

 

Cuori solitari (Franco Giraldi, 1970)

Tra i film più incisivi nel raccontare la noia, le paturnie, le bizzarrie di un ceto ipocrita e curioso di aprire nuovi orizzonti e allo stesso tempo ancorato al mantenimento delle proprie rendite di posizione, nasconde sotto le battute e le situazioni più spiritose una malinconia così feroce che lo rende oggetto autonomo, abbastanza insolito – e per certi versi inclassificabile: non ammicca quasi mai al buon cuore di un pubblico messo di fronte ad una crisi stratificata e infine esplosiva (e il montaggio è di Kim Arcalli).

Perché vederlo: atmosfere francesi, una spolverata di Due sulla strada, allusioni a Bergman, schema alla Antonioni, l’ironia della commedia all’italiana, Ugo Tognazzi e Senta Berger. Basta?

 

L’estate (Paolo Spinola, 1966)

Attraversato da una selezione di canzoni beat, un prodotto tipico della sua stagione: lontano dalla città, reclusa in case di villeggiatura o su panfili in mezzo al mare, la borghesia sguazza compiaciuta addirittura delle proprie angosce, annacquate nel chiacchiericcio costante da salotto costiero, sotto le vacuità scambiate per ammazzare quel tempo ed esorcizzare il tempo che passa. Nella forma di un secco, tagliente, aspro mélo al calor bianco, un film in anticipo, stratificato e precisissimo nel raccontare uno spietato spazio socio-culturale.

Perché vederlo: Spinola è tra i registi più invisibili e dimenticati, raffinato, elegante e coraggioso narratore delle donne alienate della borghesia

 

Giovinezza, giovinezza (Franco Rossi, 1969)

La stupenda fotografia in b/n di Vittorio Storaro rischia di far trascurate la sapienza e la sensibilità di un regista spesso associato ad altri colleghi più abili o fortunati e forse davvero giunto alla prova della vita. Dalla Ferrara sotto il regime alle atmosfere borghesi passando per la malinconia della palude ci sono evocazioni di Antonioni, Zurlini, Vancini, perfino un presagio dell’imminente De Sica bassaniano de Il giardino dei Finzi Contini)… Ma Giovinezza, giovinezza è il nostro Jules e Jim: tre personaggi nel fiore degli anni, travolti dalla storia, destinati all’amour fou…

Perché vederlo: uno dei più straordinari racconti di formazione in provincia durante il fascismo, un capolavoro di bellezza straziante

 

Il mare (Giuseppe Patroni Griffi, 1961)

Fu un flop clamoroso. Cronaca di un fallimento annunciato, forse. D’altronde, cosa c’era da aspettarsi di fronte al triangolo amoroso tra un attore, una villeggiante e un giovane locale, in una Capri invernale dove la tensione omoerotica è violentemente repressa al crocevia di una passione impetuosa quanto inconfessabile? Se c’è da dare un merito alla regia dell’esordiente Patroni Griffi, è proprio nel sapere trasmettere attraverso una angosciosa economia di sguardi l’attrazione fisica e l’inquietudine dei due corpi maschili e lo sconcerto e lo sconforto della donna.

Perché vederlo: è come se la malinconia marittima di La Capria incontrasse le prime epifanie di Resnais mentre Antonioni gioca a ripetere se stesso

 

La strega in amore (Damiano Damiani, 1966)

Nel cuore nero di una Roma decadente e decaduta, Damiani si pone quale apocrifo di lusso del giallo gotico maledetto all’italiana: un enorme palazzo nobiliare, ricordo lugubre dei giorni migliori, incastonato in un centro cittadino che sembra – o vuole – ignorare il perturbante oltre la porta. In prima battuta, una bizzarria gotica, in seconda un giallo che occhieggia al paranormale e in terza un horror, una ghost story nei territori della follia. E una storia di fantasmi è sempre una storia d’amore.

Perché vederlo: allucinante divagazione tra horror e mélo, con la geniale doppia-presenza delle dive Sarah Ferrati e Rosanna Schiaffino come chiave di volta

 

Vestire gli ignudi (Marcello Pagliero, 1954)

Della pièce di Luigi Pirandello, Ennio Flaiano esalta al meglio la componente morbosa spostando l’azione all’Italia del dopoguerra, trovando in Pagliero un regista adeguato al compito. Sullo sfondo di una torrida Roma estiva praticamente vuota, il mélo, apparso pochi mesi dopo lo scoppio del caso Montesi, sembra risentire dei contraccolpi della vicenda a livello magari inconscio: indvidua nella protagonista una figura di vittima che, al di là dell’adesione intimistica, deve scontare non tanto i peccati commessi quanto quelli ai quali concorre involontariamente o meno.

Perché vederlo: lo sfortunato Pagliero s’inserisce nella via italiana al women’s film, con un dramma borghese abbastanza conturbante

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...