Nestore, l’ultima corsa | Alberto Sordi (1994)

Progetto Sordi

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Rodolfo Sonego disse che quello di Nestore, l’ultima corsa era un soggettino per uno sketch, un corto, niente di più, da realizzare per la televisione, senza troppa enfasi. Finì tra le mani di Sordi, che decise di ampliarlo, dilatarlo, gonfiarlo. Secondo Sonego anche snaturarlo. Ormai anziano e monumentalizzato, Sordi non solo aveva perso da decenni il polso di quel Paese che meglio di tutti aveva saputo raccontare, ma si ostinava anche a raccontarlo con uno sguardo sia reazionario sia antiquato.

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In realtà, tra le ultime cose di Sordi, Nestore ha una sua grazia patetica che comunque lo rende più tollerabile di tonfi clamorosi come Un tassinaro a New York e Assolto per aver commesso il fatto. Se non altro, Sordi sceglie saggiamente di non mitigare la sua età, presentandosi con i capelli non tinti, i baffi spelacchiati, l’andatura ciancicata di un vecchio vetturino romano, tipica figura di un cinema lontanissimo, popolare, addirittura precedente al Neorealismo rosa, tra Aldo Fabrizi e Paolo Stoppa, a cui qui somiglia incredibilmente.

Ora, è chiaro che la storia di un vecchio vetturino costretto a staccarsi dall’amato cavallo ormai vecchio quanto lui, che il malvagio proprietario ha destinato al mattatoio, è a uso e consumo di un pubblico della stessa generazione dell’attore e regista. Una storia vecchia per un pubblico di anziani. Non c’è niente di male, ma in un certo senso è anche un film per ragazzi.

Un po’ per la presenza del nipotino, unico in grado di capire i sentimenti del nonno e assecondarlo nel tentativo di salvare Nestore dalla morte, e un po’ per il modo con cui viene trattato un racconto manicheo, abitato da personaggi tagliati con l’accetta (e peggio interpretati: il più grande attore italiano è stato anche il peggior direttore d’attori) e ridotto a schemi narrativi di una banalità sconcertante eppure comprensibili agli alunni delle scuole elementari. Non a caso Sordi fece un tour proprio nelle scuole per sensibilizzare i ragazzini all’amore per i cavalli attraverso il film.

L’amicizia tra uomo e animale è un tema tipicamente americano, universo nel quale il cavallo è protagonista di un immaginario ben più selvaggio e romantico del contesto italiano. Il cavallo di Sordi, dopotutto, è addomesticato, un compagno fedele, e in un’ottica abbastanza romana sembrano possedere una pigrizia affine, un simile approccio indolente allo stare al mondo, lungo le strade di una città diventata troppo caotica, sporca, incattivita per accogliere due reduci di un passato ridotto a folklore turistico.

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Il film, sinceramente intimista benché lamentoso, ha lo stesso passo lento e malinconico dei suoi protagonisti, ma l’ambizione di Sordi è l’omaggio a uno dei suoi maestri: Vittorio De Sica. Ricco il repertorio di riferimenti: il cavallo è un’evocazione di Sciuscià; il rapporto con il bambino in giro per Roma arriva da Ladri di biciclette; l’estetica del vetturino è analoga a quella di Carlo Battisti in Umberto D.; perfino l’incontro con la vecchia fiamma è desichiano, poiché Tatiana Farnese lavorò con il regista in Un garibaldino in convento.

Al netto di tutto, Nestore vanta uno dei finali più impressionanti e inattesi non solo del cinema di Sordi ma proprio di tutto un certo cinema popolare sulla carta rassicurante: la drammatica sequenza del mattatoio è uno squarcio documentaristico che colpisce il cuore del suo pubblico ideale, poi chiamato a commuoversi con la corsa modulata sull’immaginario battito sulla strada degli zoccoli del cavallo.

NESTORE L’ULTIMA CORSA (Italia-Francia, 1994) di Alberto Sordi, con Alberto Sordi, Eros Pagni, Matteo Ripaldi, Cinzia Cannarozzo, Tatiana Farnese, Rosa Pianeta, Paki Valente, Vanessa Gravina. Drammatico. **

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