Il marito di Roberta (I nostri mariti) | Luigi Filippo D’Amico (1966)

Progetto Sordi

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Del film ad episodi, quel modello industriale che un bel saggio ha chiamato “il cinema infranto”, Alberto Sordi è stato uno dei protagonisti più assidui e scaltri. Assidui perché contiamo almeno una decina di partecipazione. Scaltri perché i suoi sketch risultano quasi sempre i migliori di queste miscellanee spesso assemblate senza troppa passione, con il solo obiettivo di accumulare star e cavalcare alcune tematiche di costume.

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I nostri mariti non è passato alla storia come un capolavoro, anzitutto perché non lo è. I principali dizionari ne sottolineano la volgarità, i critici dell’epoca lo liquidarono con disinteresse, oggi viene trasmesso in tv come mille altri film di quella stagione. Eppure, tralasciando gli episodi Il marito di Olga di Luigi Zampa con Jean-Claude Brialy e Michèle Mercier e Il marito di Attilia di Dino Risi con Ugo Tognazzi e Liana Orfei, ci offre degli spunti per riflettere su alcune variazioni del personaggio di Sordi.

Il marito di Roberta è diretto da un sordiano doc come Luigi Filippo D’Amico, tra i registi più fidati a cui si deve lo sketch capolavoro di Guglielmo il dentone. Stranamente, l’episodio è in apertura di film: ed è un dato curioso, perché, rispetto a Brialy e Tognazzi, Sordi era certamente il più popolare e a lui sono sovente delegate le comiche finali, le chiusure del cerchio, i fuochi d’artificio. Inoltre, è l’unico dei tre ad essere a colori, pur cominciando in bianco e nero.

Insomma, c’è qualcosa che forse non ha funzionato, forse. Oppure: a vederlo tutto intero, non si riesce a dimenticare Il marito di Roberta durante la visione degli altri mariti. Al di là dell’effettiva riuscita, è una mezz’ora perturbante, uno scherzo nero, un incubo dentro l’universo cupo della commedia all’italiana. Una parabola provinciale, nel cuore di Orvieto, che espande l’immagine oscura di Sordi come corpo perfetto delle contraddizioni, dei non-detti, dei dolori del boom economico.

Qui è un borghese come tanti, come troppi, che s’innamora di un’attrice che recita a teatro nel ruolo di un soldato. Ecco, ci siamo: la dimensione en-travesti suggerisce quanto la fluidità erotica sia una pulsione atavica del sordismo, dal petulante compagnuccio della parrocchietta chiaramente represso di Mamma mia, che impressione! e mille epigoni mammisti ed insolenti alla dirompente nonchalance dell’uomo con la gonna denunciato in Accadde al commissariato fino agli sguardi languidi al cantante Togliani in Domenica è sempre domenica.

E potremmo continuare, perché sotto Il seduttore, Lo scapolo, Il marito, Il vedovo, Il diavolo c’è un maschio molto meno sicuro dei propri mezzi di quanto voglia far credere, affascinato dal mistero della tensione bromance, curioso di esplorare un mondo sconosciuto (i suoi film di viaggio, in fondo, cosa ci raccontano? Un maschio che vuole scopare. Sì, ma, alla fine, chi si porta a letto?) e al contempo vigliaccamente chiuso nella propria comfort zone.

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Bene. Infatti, Giovanni sposa Roberta, ma non consuma il matrimonio per molto tempo. Ne soffre lui? Certo. Lei? Vediamo. La messinscena teatrale era solo la spia di un turbamento più profondo: Roberta vuole cambiare sesso, si sente davvero un uomo e intende diventare un soldato vero. Lui? Lui asseconda. Gli sta bene. L’ama. Roberta diventa un uomo. Giovanni l’ama ancora. Ma siamo in provincia, sono gli anni sessanta, cosa diavolo pensa di fare?

Ecco, Il marito di Roberta non è un gran film. Esteticamente non differisce da mille altri epigoni della stagione, proprio in linea con un modello industriale pensato per essere interscambiabile. Però c’è un Sordi davvero dentro la tragedia di un uomo ridicolo, in anticipo sui tempi ma incapace di interpretarli, travolto dagli eventi e infine devastato dalla vita. Protetto da un cast molto sordiano (Claudio Gora, Alessandro Cuturlo, Elena Nicolai) e però in incontro-scontro con l’indecifrabile Nicoletta Machiavelli, un clamoroso oggetto del desiderio che non sa gestire.

I NOSTRI MARITI (IL MARITO DI ROBERTA) (Italia, 1966) di Luigi Filippo D’Amico, con Alberto Sordi, Nicoletta Machiavelli, Elena Nicolai, Alessandro Cutolo, Claudio Gora, Francesco Sormano, Antonio Acqua. Commedia. **

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