La vedova elettrica | Raymond Bernard (1958)

Progetto Sordi

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Malgrado il nome fosse sparato sia in locandina che nei titoli di testa italiani appena dopo la protagonista Danielle Darrieux, gran diva del cinema d’oltralpe, in La vedova elettrica Alberto Sordi è poco più di un comprimario. Coinvolto – credo – per doveri di coproduzione (c’è la Titanus di mezzo), è la principale attrazione per il pubblico di casa nostra, altrimenti piuttosto restio ad accogliere una commedia appartenente ad un filone non proprio amatissimo da noi.

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Ma perché troviamo Sordi in questo film? Probabilmente per le ambizioni internazionali dell’attore, che un anno dopo sarebbe stato nel cast di un’altra coproduzione franco-italiana, Il giovane leone. Sordi, in realtà, è interprete troppo italiano, difficile da esportare, che in un’operazione di questo tipo deve recuperare quella dimensione da caratterista faticosamente accantonata nel momento in cui riuscì a conquistarsi il posto al sole.

Tuttavia, non è del tutto peregrino il suo coinvolgimento nell’ultimo lavoro di Raymond Bernard, regista all’epoca quasi settantenne e giunto al termine di una carriera lunga e stratificata (ricordiamo almeno il seminale Le croix du bois e il fluviale Les miserables). Tratto da un romanzo di André Lang, racconta la storia di una ricchissima vedova che si procura i fondi destinati alle opere di beneficienza attirando personaggi facoltosi quanto corrotti e disonesti per intascare i soldi, ucciderli e seppellirli in giardino, accanto al defunto marito in una specie di cerchio della morte.

Niente male: una commedia nera girata come una commedia rosa (americana), fondata sul concetto del perpetuare il male per garantire il bene, secondo il monito andreottiano. E, in fondo, chi è stato più andreottiano di Sordi? Scherzi a parte, l’intuizione – forse non calcolata in origine e leggibile solo col nostro senno di poi – sta nel mettere in mezzo il cinismo tipico della maschera dell’attore in un film che fa dell’understatement la sua religione.

Chiaro che si tratta di un veicolo per la Darrieux, già matura e praticamente infallibile nel ruolo dell’elegante e fascinosa signora omicidi in missione per conto dei poveri, in tandem con il veterano Noël-Noël, suo assistente che l’ama da sempre, disposto a tutto per accontentarla. Ed è chiaro che in questa macchina Sordi è solo un ingranaggio, un non-protagonista chiamato a gestire il suo spazio secondo il tono buffo e tenebroso della commedia.

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Se non è un passo indietro nella carriera dell’attore, è sicuramente una parentesi che aggiunge poco al suo percorso divistico, quasi un coitus interruptus conoscendo le possibilità di un interprete che nell’umorismo feroce ci sguazzava: pensiamo solo a Piccola posta, vagamente imparentato con le atmosfere de La vedova elettrica. Piccola nota: la Darrieux è doppiata dall’immarcescibile Andreina Pagnani, unica fidanzata ufficiale di Sordi.

LA VEDOVA ELETTRICA (LE SEPTIÈME CIEL, Francia-Italia, 1958) di Raymond Bernard, con Danielle Darrieux, Noël-Noël, Paul Meurisse, Alberto Sordi, Gérard Oury, André Philip, Lucien Blondeau, Pierre Brice. Commedia. ** ½

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